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lunedì 22 ottobre 2007

Non è più tempo di una Chiesa monolitica.

di Robert Blair Kaiser.
Siete tutti consapevoli del fatto che la nostra Chiesa è in crisi, e che, a causa dei nostri attuali problemi, molti cattolici, giovani e anziani, stanno abbandonando la Chiesa. Secondo i demografi del nostro Paese, i cattolici rappresentano la prima confessione religiosa negli Stati Uniti. E la seconda qual è? Quella degli ex cattolici. Gary Wills, nel suo libro Papal Sins, ha argomentato che la Chiesa è un’istituzione corrotta, guidata da un’élite più occupata a salvare se stessa che a servire il popolo di Dio. Non stupisce che la gente abbandoni la Chiesa, in particolare i giovani, ancora più in particolare le giovani donne, le quali si rendono conto di essere state relegate ad una cittadinanza di terza classe. Nei circoli della Chiesa ufficiale, le donne non sono solo membri del laicato, ma membri difettosi del laicato, visto che non hanno il pene e quindi non possono essere "immagine di Cristo". Qualsiasi cosa ciò significhi. Wills ha pubblicato il suo libro nel giugno del 2000. Da allora, le cose non hanno fatto che peggiorare. Nel gennaio 2002, gli scandali sessuali hanno cominciato a guadagnare le prime pagine del New York Times. Grazie all’attenzione della stampa, si sa molto sugli scandali sessuali, sui miseri preti che per decenni hanno abusato di ragazzini e ragazzine. Forse non siete ancora a conoscenza degli scandali finanziari che sono destinati ad eclissare quelli sessuali. A Milwaukee, nel Wisconsin, un arcivescovo può cercare di mettere a tacere il suo amante gay ricattatore firmandogli un assegno da 450.000 dollari. Un monsignore in Florida torna a casa, a Del Rey Beach in Florida, da una lunga vacanza in Irlanda per affrontare l’accusa di essersi appropriato indebitamente di più di 7 milioni di dollari della sua parrocchia, nel corso di vent’anni. A Montecito, in California, una commissione finanziaria parrocchiale scopre che il proprio pastore ha rubato più di un milione di dollari. Quando ne viene informato il vescovo, lui silura la commissione finanziaria. Un ulteriore segno di crisi: i nostri vescovi, che hanno coperto e continuano a coprire gli scandali sessuali e quelli finanziari, non capiscono il concetto di responsabilità, almeno non nei confronti delle persone che sono chiamati a servire. È piuttosto interessante che tale mancanza di responsabilità nella nostra Chiesa ci offra un’opportunità di correggere il nostro percorso. Sono qui a dire che coloro che sono indignati per questa Chiesa statunitense corrotta e in disgregazione non devono abbandonarla. Intendo dimostrare come possiamo creare una Chiesa del nostro popolo negli Stati Uniti, pur continuando ad essere buoni cattolici. In che modo? Non cambiando le cose in cui crediamo, ma esigendo cambiamenti nel modo in cui ci governiamo. La Chiesa non è sempre stata governata nel modo in cui lo è oggi, da un capo assoluto che governa in modo assolutista, eletto in una votazione segreta da 115 cardinali carichi di anni in un conclave. Per i primi sei secoli, è stato il popolo di Roma a eleggere i suoi vescovi, alla fine chiamati "papi". Non abbiamo avuto un Mosè cattolico che ha portato giù dal Monte Sinai le tavolette di granito del diritto canonico. Sono stati gli uomini a inventare il diritto canonico nel XII e XIII secolo. Gli uomini (e spero le donne) possono reinventare altre forme di governo più adeguate al nostro tempo e al nostro luogo. Non ho progettato questo piano tutto da solo. Sono stato supportato da molti storici e teologi cattolici (la maggior parte a Roma) che temono di dire in pubblico ciò che in via confidenziale sostengono in privato: che la Chiesa cattolica statunitense può correggere il tipo di potere assoluto esercitato in modo assolutista da uomini di Chiesa che non comprendono il concetto prettamente americano di responsabilità. Nella lingua italiana, non c’è una parola equivalente a "accountability" (un termine che unisce il concetto di responsabilità e quello del dover rendere conto a qualcuno di qualcosa, ndt). È una delle ragioni per cui gli uomini di Roma (non le donne) continuano a cercare di governare la Chiesa dall’alto in basso, anche se vivono in una sorta di mondo che va dal basso verso l’alto. Pongo questa domanda: i cattolici degli Stati Uniti devono vivere per sempre in questa sorta di Chiesa monolitica? Nel mio ultimo libro, A Church in Search of Itself ("Una Chiesa in cerca di se stessa", ndt), parlo della mia intuizione originaria sul fatto che la Chiesa non è un monolite. Dopo due viaggi intorno al mondo, in cui ho osservato le Chiese locali dei cinque continenti, ho trovato una Chiesa unita in un’unica fede, ma caratterizzata da forme molto diverse a seconda dei diversi Paesi, e in teoria almeno i burocrati del papa dovrebbero essere soddisfatti di questa situazione. Mi piace dirlo, perché, dai tempi e a causa del Concilio, la Chiesa è più cattolica, meno romana. E, se crediamo alle parole di Gesù agli apostoli sull’autorità, la Chiesa non ha mai voluto essere un monolite. Meno che mai una monarchia, che è un incidente della storia. Non penso che la monarchia fosse ciò che Gesù aveva in mente quando disse agli apostoli che dava loro un nuovo tipo di autorità, un’autorità di servizio, non di dominio. Nel capitolo 22 di Luca (e in altri punti dei vangeli sinottici) Gesù dice: "il più grande tra di voi sia come il più piccolo". Certo, gli apostoli non l’hanno capito subito. Hanno continuato a discutere su chi fosse "il primo". Ma se analizziamo il discorso di Gesù, possiamo concludere che la sua Chiesa avrebbe dovuto essere una Chiesa in ascolto e al servizio, una Chiesa i cui pastori avrebbero dovuto essere in costante dialogo con il loro popolo, in modo da poterlo servire meglio. Gesù, che probabilmente osservava da vicino pastori e pecore sulle erbose coline della sua nativa Galilea, ha gettato luce sul tipo di comunicazione che avrebbe dovuto esserci tra un vescovo e il suo popolo. Il suo Buon Pastore avrebbe dovuto dire: "Io conosco le mie pecore, e loro conoscono me". Quanta gente in questa sala conosce il proprio vescovo? Quanti vescovi in ogni città americana conoscono il loro popolo? Il mio vescovo di Phoenix, in Arizona, si sottrae al suo popolo di persone e anche al suo popolo di preti. Ho partecipato ad un pranzo per una raccolta di fondi a Phoenix per le Catholic Charities. Circa 700 tra le persone che contano a Phoenix erano presenti. Il vescovo non si è fatto vedere. Conosco un monsignore che di recente è stato mandato a rilevare una parrocchia in crisi in una periferia di Phoenix. Per sei mesi, non è riuscito a parlare al telefono con il vescovo. Né il vescovo lo ha chiamato. "Io conosco le mie pecore e loro conoscono me?". A quanto sembra, non certo a Phoenix. Né in molte città americane, dove è molto più facile essere ricevuti dal sindaco. La diversità, cuore della cattolicità A Baltimora, l’autunno scorso, i vescovi americani si sono incontrati solennemente in assemblea e hanno ulteriormente dimostrato quanto siano sordi di fronte alle questioni che preoccupano la maggior parte dei cattolici. Hanno parlato di controllo delle nascite e di matrimonio omosessuale, e hanno detto che coloro che praticano il controllo delle nascite (secondo le stime, circa il 96% delle coppie cattoliche Usa) e coloro che hanno "un’inclinazione omosessuale" non dovrebbero fare la comunione. Speravano forse che, minacciandoci, non notassimo ciò che hanno fatto e continuano a fare alla nostra Chiesa? Sono qui per dire che invece l’abbiamo notato. E che sempre più voci si stanno unendo per chiedere una Chiesa statunitense, una Chiesa responsabile e in ascolto in America. Esse ci dicono che la nostra Chiesa non è abbastanza statunitense. Che è troppo romana e non abbastanza cattolica, e per "cattolica" intendo universale. La Chiesa non è un monolite. È diversa, in diverse parti del mondo. Lo è sempre stata e penso che sempre lo sarà, nonostante sottolineiamo la nostra unità nella fede, accanto alla nostra diversità culturale. Ho iniziato a rendermi conto della diversità della Chiesa quando la rivista Time mi ha mandato a coprire il Vaticano II nell’autunno del 1962. Durante la prima sessione del Concilio, ogni giorno ero in piazza san Pietro, dopo le 12, con i miei colleghi della Stampa Vaticana, in attesa che i 2.200 Padri conciliari uscissero dalla sessione mattutina, in modo tale da poter parlare con i vescovi e i teologi che erano al Concilio mentre noi eravamo fuori ad aspettare. Guardavamo queste vere e proprie Nazioni Unite della Chiesa scendere i gradini di San Pietro, in una sorta di cascata color porpora. E com’erano diversi tra loro! Visi neri e olivastri e visi orientali, con la barba, e rubicondi visi irlandesi. Per la prima volta, avevamo la vivida prova dell’uni-versalità della Chiesa, che è la sua cattolicità. Una prova più chiara ancora del diverso modo di essere della Chiesa veniva dalle liturgie conciliari che ogni giorno avviavano i lavori. Non solo la messa romana in latino, ma le messe celebrate di volta in volta secondo il rito melkita, bizantino e copto. Questi riti rappresentavano una parte della Chiesa poco conosciuta (almeno a noi occidentali): le altre 20 Chiese autoctone antiche e moderne (alcune delle quali, come quella caldea, più antiche di quella cattolica di rito romano), per lo più del Medio Oriente, con il loro governo, i loro patriarchi, le loro liturgie nelle loro lingue, il loro clero, sposato o non sposato. Ma tutte Chiese cattoliche bona fide. Il Concilio stesso ha ripudiato la posizione di Leone XIII che condannava, nel 1899, ciò che lui chiamava Americanismo, l’idea, cioè, che i cattolici americani potessero introdurre la democrazia nelle strutture della Chiesa negli Stati Uniti ed essere diversi dalla Chiesa che egli conosceva a Roma! La lettera di Leone (la chiamò "Pegno di Nostra benevolenza") gettò la gerarchia Usa in uno stato catatonico: i vescovi si ritirarono in una deferenza codarda nei confronti di Roma, permettendole di esercitare un crescente centralismo e (aggiungerei) di imporre un conformismo che non era coerente con la libertà dal dominio della Chiesa che Cristo predicò durante la sua vita pubblica. Tom Doyle l’ha detto efficacemente al congresso nazionale dell’organizzazione Call to Action a Milwaukee. I capi dei malvagi nel racconto evangelico erano l’antico equivalente dei cardinali della Chiesa di oggi, gli scribi e i farisei che spadroneggiavano sul popolo e lo soffocavano con una rete di leggi disumane e di regole che si supponeva venissero "da Dio". A Gesù questo non piaceva. Infatti, ha detto Doyle, "L’unica volta in cui Gesù è davvero diventato matto è stata quando è andato in chiesa". Al Vaticano II, i Padri conciliari scrissero un documento per un nuovo tipo di Chiesa del popolo, che cercava di rovesciare la vecchia struttura piramidale. Nel progetto chiamato De ecclesia (quello che diventò poi uno dei documenti chiave del Concilio, Lumen gentium) ridefinirono la Chiesa come Popolo di Dio. Il papa e i vescovi, che occupavano un posto preminente nel capitolo uno, furono spostati al capitolo tre, e fu dato loro un nuovo mandato: non di dominare, ma di servire il popolo di Dio. In una serie di altri documenti, venne sottolineato e risottolineato il fatto che questa avrebbe dovuto essere una Chiesa del popolo. Non ho tempo di addentrarmi in ognuno di questi documenti, posso solo citare la decisione del Concilio di restituire la messa al popolo, passando dalla lingua dell’élite alle lingue vernacolari. I Padri ne discussero per un mese. L’Ufficio stampa vaticano ci riferì di un sostanziale equilibrio tra favorevoli e contrari. Immaginate la nostra sorpresa quando i Padri approvarono la messa nelle lingue vernacolari con una proporzione di 2.000 contro 200! Caspita! Votando a favore della messa nelle varie lingue dell’intero pianeta, rendevano la Chiesa meno romana, più cattolica. I Padri piantarono i semi di un ulteriore cambiamento creativo quando elaborarono il fondamento teorico per una Chiesa inculturata, rivisitando 400 anni di imperialismo romano, correggendo la storia della Chiesa e riscrivendo la sua teologia. Richiamarono alla memoria il XV secolo, quando i missionari europei arrivarono in Africa e in Asia, imponendo la loro cultura e la loro lingua sui cosiddetti selvaggi senza Dio. Sostenuti dai soldati coloniali, e basandosi sulla legge coloniale, insegnarono devozioni coloniali e una teologia coloniale in chiese coloniali costruite nello stile architettonico di Lisbona, Parigi e Roma. Ne abbiamo abbastanza, dissero coloro che redigevano il documento per il Vaticano II. Cristo doveva avere un volto africano in Africa e asiatico in Asia. Gesù non aveva bisogno di un passaporto. Dai tempi del Vaticano II, le autorità di Roma hanno cautamente avallato l’inculturazione, soprattutto in Congo. Lì, il clero congolese locale e il suo popolo hanno dato vita ad una liturgia congolese locale, con percussioni e danze e messe in ognuno dei numerosi dialetti congolesi. I cattolici statunitensi possono capire perché gli africani abbiano bisogno di una Chiesa che sia in sintonia con il modo in cui gli africani pensano e sentono. Ma pochi hanno pensato a costruire una Chiesa negli Stati Uniti coerente con il modo in cui la maggior parte degli americani pensa e sente. Alcuni hanno cercato di farlo all’inizio della storia degli Stati Uniti. Il primo vescovo americano, John Carroll, fu eletto da un voto popolare dei preti della nazione nel 1789. E negli anni Venti del XIX secolo il vescovo di Savannah, in Georgia, John England, scrisse una costituzione per la sua diocesi che dava al suo popolo voce e diritto di voto. In seguito, purtroppo, Roma insistette sul diritto di nominare i vescovi di questo Paese, spesso stranieri scelti per la loro fedeltà a Roma e non per la loro volontà di servire il popolo, lo stile locale, e quei vescovi stabilirono un modello per la Chiesa Usa che ha resistito fino ad oggi. Molti vescovi agiscono come se lavorassero per il papa, e molti preti agiscono come se lavorassero per i vescovi, e il popolo-popolo è lasciato a pregare, pagare e tacere. Che cosa possiamo fare? Nulla, dicono alcuni, considerando la stretta mortale di Roma sull’America da 200 anni a questa parte e l’abituale, quasi automatico sospetto da parte del Vaticano stesso verso qualsiasi tipo di cambiamento. Altri sostengono che potremmo ribellarci, seguendo l’esempio dei Padri fondatori americani. Ma noi sosteniamo che non è necessario andare verso uno scisma formale o di fatto. Dobbiamo semplicemente convincere i vescovi (mai sottovalutare il potere dell’opinione pubblica…) ad inculturare il Vangelo negli Usa, creando una Chiesa americana autoctona moderna, sul modello dei maroniti, dei melchiti, dei bizantini, dei copti e di altre sedici Chiese autoctone del Medio Oriente. "Autoctono" è un parolone greco che esprime un concetto più semplice di quanto sembri. "Autoctono" non significa "autonomo". Significa cresciuto in casa, tessuto in casa, fatto in casa. Significa "vero". La Chiesa degli Stati Uniti può diventare una Chiesa moderna e autoctona? Non è impensabile. Nel 1925, il cardinale belga Mercier, un pioniere, propose che la Comunione anglicana tornasse unita a Roma come Chiesa autoctona, con il suo clero sposato e la sua liturgia inglese. Mercier era avanti sui tempi. Ora, poco più di 70 anni dopo, si parla più spesso di autoctonia. I vescovi indonesiani hanno rivendicato una Chiesa autoctona in Indonesia al Sinodo per l’Asia di Roma nel 1998, in base al principio che Roma non aveva "né la conoscenza né la competenza" per prendere decisioni pastorali in Indonesia. Nel 2001, ad un altro sinodo a Roma, i vescovi indonesiani hanno chiesto un nuovo concilio ecumenico che potesse lanciare la radicale decentralizzazione insita nel concetto di autoctonia. "Solo allora – hanno detto – potremmo essere liberi di proclamare il Vangelo". Poco dopo il Vaticano II, un teologo di nome Joseph Ratzinger suggerì che il futuro della Chiesa, in particolare nelle terre di missione, potesse trovarsi nell’autoctonia. Giovanni Paolo II disse una volta che anche lui avrebbe considerato l’ipotesi di approvare nuove Chiese autoctone nelle terre di missione. Forse pensava alla Cina, dove voleva così fortemente che la Chiesa cattolica fosse riconosciuta, da essere pronto a pagare il prezzo di Pechino, il diritto di nominare nuovi vescovi. Se Benedetto XVI lo farà, darà alla Chiesa in Cina un provvedimento di autoctonia. Potrebbe anche approvare l’autoctonia negli Stati Uniti, se solo comprendesse che sarebbe un modo (l’unico) per rendere la Chiesa americana di nuovo credibile e contrastare così la straordinaria emorragia di giovani, in particolare di giovani donne, da una Chiesa che si trova bloccata, per esempio, in una teoria del ministero che impedisce a metà dei suoi membri l’accesso al sacerdozio in un’epoca in cui vi è una drammatica carenza di preti. Senza chiedere permesso Oso dire, tuttavia, che non dobbiamo aspettare l’appro-vazione del Vaticano per procedere nell’autoctonia. Secondo me, i vescovi indonesiani hanno fatto un errore fatale nel chiedere il permesso di creare una Chiesa autoctona. Avrebbero dovuto "farlo e basta". La Chiesa di Roma avrebbe forse dichiarato la Chiesa indonesiana scismatica solo perché aveva bisogno di creare una Chiesa cattolica indonesiana in Indonesia? Nell’arcipelago indonesiano, uno dei Paesi più grandi del mondo? Ne dubito. Qualche volta, come ho imparato quando ero novizio nella Compagnia di Gesù, è meglio chiedere il perdono che il permesso. Allora, come possiamo creare una Chiesa cattolica Usa? Il diritto canonico prevede un processo per la ristrutturazione, da parte dei cattolici, del loro governo in ogni nazione. Si chiama Sinodo regionale o nazionale. La Chiesa americana ne ha avuti tre nel XIX secolo, il primo, secondo e terzo Concilio di Baltimora, in cui i delegati, tutti vescovi, non laici, stabilirono norme per i cattolici americani. Il diritto canonico aggiornato ora afferma, tuttavia, che un Sinodo nazionale può comprendere non-vescovi fino al 50% dei delegati. Se questi delegati fossero eletti dai cattolici in ogni Stato e rivendicassero un ruolo attivo, il Sinodo potrebbe assumere il carattere di una assemblea costituzionale, e i delegati potrebbero redigere una carta per la Chiesa del popolo. I delegati sicuramente discuterebbero sui singoli aspetti della carta, come fecero i Padri fondatori di questo Paese nell’Assemblea costituente del 1787. Ci vollero tre interi mesi di discussioni roventi per scrivere la Costituzione degli Stati Uniti. E anche così non fu perfetta. Dovettero tornarci sopra e scrivere dieci emendamenti, che noi oggi chiamiamo Carta dei Diritti. E nemmeno allora tutto filò liscio. I Padri fondatori non affrontarono con giustizia la questione della schiavitù, e questo determinò una febbre razzista che non abbiamo ancora eliminato. Se i delegati di un quarto Concilio di Baltimora volessero guidare una Chiesa del e per il popolo, potrebbero seguire il modello costituzionale americano, con un ramo esecutivo, uno legislativo e uno giudiziario. Potrebbero convocare l’elezione popolare di due organi parlamentari: un Senato dei vescovi e una Camera dei comuni, un presidente (o un consiglio esecutivo) eletto, e un giudiziario nominato con il consiglio e il consenso di entrambi gli organi. Radicale? Sì, radicale viene dalla parola latina radix, radice. Tale cambiamento nel modo di governarci (non un cambiamento in ciò in cui crediamo) va alla radice dei nostri problemi. Rivoluzionario? Sì, anche rivoluzionario. Siamo americani fieri del fatto che il nostro Paese abbia avuto inizio con una rivoluzione. Ma che cosa può spingere i vescovi (e il papa) ad aprire le porte ad una rivoluzione radicale nella Chiesa statunitemse come questa? Noi. Noi, il popolo, possiamo farlo, se e quando raggiungeremo un punto critico, una massa critica di opinione pubblica. Se è abbastanza massiccia, l’opinione pubblica può far cadere i governi dalla sera alla mattina. E non c’è bisogno che sia massiccia fino a questo punto. Gli esperti in dinamiche di gruppo affermano che già il 5% della popolazione è sufficiente a creare una pressione pubblica in grado di smuovere anche i governi dittatoriali. È stata forse l’intera popolazione di Manila (otto milioni circa di persone) a marciare contro il presidente Ferdinando Marcos obbligandolo a fuggire dalle Filippine nel 1983? No. Appena il 5% di essa, 400.000 persone, ha marciato in Avenida Epifanio de los Santos, una grande arteria nell’area metropolitana di Manila, mentre i militari di Marcos stavano da parte, senza sparare nemmeno un colpo. Abbiamo con modestia dichiarato, qui, che i cattolici degli Stati Uniti hanno il potere di dare vita a una rivoluzione radicale nella Chiesa americana. Ciò di cui abbiamo più bisogno è comprendere che non siamo soli. Prima che inizi la rivoluzione, dobbiamo sapere chi siamo, quanti siamo, e dove vogliamo andare. Ecco perché dovete visitare il sito www.takebackourchurch.org e firmare a favore della rivoluzione. Se riprenderci la nostra Chiesa è una buona idea, se cioè, è ispirata dallo Spirito Santo, ce lo farà sapere. Se non lo è, cadrà nel vuoto. Ma dobbiamo fare la nostra parte. Nel 1978 Giovanni Paolo II si recò a Varsavia, in Polonia, e disse a milioni di polacchi "Potete riprendervi il vostro Paese se lo chiedete!". Noi stiamo dicendo la stessa cosa. "Possiamo riprenderci la nostra Chiesa, se lo chiediamo". È tempo di impadronirci della cittadinanza nella nostra Chiesa con una voce ed un voto. Queste parole potrebbero spaventare alcuni cattolici americani. Se è così, bene. È tempo, nella nostra Chiesa in frantumi, di spaventarsi seriamente, e questo sentimento ci scuoterà spingendoci ad agire come fecero i nostri Padri fondatori quando scrissero la Dichiarazione di indipendenza, e decisero di combattere con moschetto e palla di cannone. Noi, però, non stiamo parlando di una rivoluzione violenta. Non scriveremo nemmeno una Dichiarazione di Indipendenza. Scriveremo una Dichiarazione di Autoctonia, che lancerà la sfida al nostro popolo-clero e al nostro popolo-popolo affinché elabori una costituzione per la Chiesa americana che accantoni con cautela i legalismi codificati nel diritto canonico, romanizzati, caratterizzati dal segreto, limitati, culturalmente condizionati, per tornare a un tipo di Chiesa di servizio, prefigurata al Vaticano II. Non vogliamo uno scisma né stiamo lanciando una sfida alla fede che abbiamo o alla fede che esprimiamo a Messa nel Credo niceno. Non stiamo nemmeno promuovendo il rovesciamento dei nostri vescovi. Vorremmo amare i nostri vescovi, perché è proprio la loro presenza a dirci che siamo parte di una tradizione che risale agli uomini che per primi seguirono Gesù, gli apostoli. Vogliamo soltanto che siano ciò che Gesù voleva che fossero: vescovi servi, non vescovi signori, in un mondo che ha bisogno del messaggio salvifico del Vangelo ora, oggi, più che mai. (da www.adista.it)
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Robert Blair Kaiser (nato nel 1930) è uno scrittore e giornalista, meglio conosciuto per la sua scrittura sulla Chiesa cattolica. As a correspondent for Time Magazine , he won the Overseas Press Club’s Ed Cunningham Award in 1962 for the "best magazine reporting from abroad" for his reporting on the Second Vatican Council [1] Come corrispondente di Time Magazine ha vinto la Overseas Press Club’s Ed Cunningham Award nel 1962 per il "miglior rivista segnalazione dall’estero" per la sua segnalazione sul Concilio Vaticano II. Egli è il redattore capo della linea ufficiale, Just Good Company.

domenica 14 ottobre 2007

Il Papa a Napoli. La Jervolino: «Il Papa ci darà coraggio, coraggio, coraggio».

Iervolino: non siamo ricchi ma il Pontefice ci trasmetterà fiducia e saprà esaltare le qualità della nostra città.
(Luigi Roano Il Mattino) «Coraggio, coraggio, coraggio. Mi aspetto che il suo arrivo dia coraggio a Napoli, ai napoletani, a tutti noi». Ecco cosa il sindaco Rosa Iervolino si attende dalla visita di papa Benedetto XVI che arriverà tra due domeniche, il 21. Ormai siamo già in piena vigilia e l’attesa per il pontefice è febbrile. Del resto quello sarà il giorno clou del meeting interreligioso promosso dalla Curia napoletana e dalla Comunità di Sant’Egidio che comincerà proprio il 21 e si concluderà il 23. «Posso immaginare - spiega il sindaco - che il Pontefice si ricordi che non siamo una città ricca dal punto di vista economico, ma che lo siamo culturalmente ed umanamente. Quindi è giusto che emerga il buono di Napoli e siano isolate quelle nicchie di violenza». Il primo cittadino sottolinea come la visita di Papa Ratzinger assume un significato di fiducia ed incoraggiamento considerando che avviene all’interno di un più ampio appuntamento di preghiera per la pace. «È giusto pregare per la pace pensando a tutti quei Paesi in guerra e dove sono in atto guerre civili, come la Birmania». L’arrivo del Papa per i napoletani è un evento non nuovo, ma comunque attesissimo e ricco di aspetti tipicamente collegati alla fede ma anche al folklore. L’arte di arrangiarsi - si sa - è una caratteristica locale e in queste ore in molte fabbrichette più o meno regolari si stanno stampando bandiere con i colori del Vaticano e gadget che ricorderanno la visita di Benedetto XVI. Una attività molto intensa soprattutto nei quartieri più popolari della città. La macchina organizzativa si è messa in moto, in città arriveranno delegazioni da tutto il mondo, anche nazioni segnate dalle guerre si ritroveranno nella stessa piazza. Il Santo Padre arriverà il 21 mattina alla Stazione marittima. Intorno alle 9 dovrebbe atterrare in elicottero, poi la recita dell’Angelus in piazza Plebiscito alle 10. Successivamente tappa al salone del Seminario Arcivescovile in viale Colli Aminei. Benedetto XVI si recherà poi alla Cappella del Tesoro di San Gennaro per la venerazione delle reliquie del Santo Patrono. Infine ritorno alla Stazione marittima e partenza per il Vaticano. Otto ore durerà la visita del Papa, otto ore che però stanno già facendo trepidare di attesa i fedeli. Napoli si presenterà agli occhi dei visitatori come capitale delle religioni, la città sarà al centro dell’attenzione internazionale così come è toccato l’anno scorso a Washington e prima ancora a Lione, Milano, Barcellona e Lisbona, solo per citare alcune delle città che hanno ospitato l’evento. Trecento i delegati delle più diverse confessioni religiose, si tratta del più grande appuntamento mondiale dell’anno sotto il segno del dialogo. Organizzare l’evento non è semplice e Palazzo San Giacomo sta lavorando sodo d’intesa con la Curia. Per assistere alla Santa Messa sono arrivate 52mila richieste per la prenotazione dei biglietti e fino al 19 gli organizzatori stimano che ce ne saranno altre 53mila per un totale di 105mila presenze. Ma i posti a disposizione non andranno oltre i 20.800. Sul palco, per autorità e schola cantorum, spazio per 1500, con il coro che ne occuperà da solo 400. La piazza verrà suddivisa in 16 settori per 7.800 posti a sedere e 10 settori per 13.000 posti in piedi, totale appunto 20.800. Numero preciso e non flessibile perché per accedere alla piazza sarà necessario essere in possesso di un biglietto che segnalerà anche il colore del settore di destinazione. Per ovviare alla differenza posta dalla capienza della piazza rispetto alle richieste verranno posti vari maxischermi lungo il percorso del corteo papale e la celebrazione verrà trasmessa in diretta su Raiuno.
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IL PIANO SICUREZZA

Percorso blindato sul lungomare

Vigilia di intenso lavoro per il piano sicurezza del meeting interreligioso dove non mancano i distinguo e le differenze. Alla Iervolino non piace la zona rossa. Però ieri al termine di una giornata abbastanza tesa sull’asse Prefettura-Palazzo San Giacomo la decisione adottata dalle forze dell’ordine per l’evento dal richiamo mondiale va in quella direzione. «Via Partenope sarà chiusa per tre quarti - spiega l’assessore al Traffico Gennaro Mola - dal Borgo Marinari all’hotel Excelsior, in quello spazio saranno messe fioriere e dissuasori di cemento armato. Resterà disponibile una sola corsia per il transito di auto e pedoni. Il piano partirà alle 18 del giorno 19 e terminerà alle 13 del 24». Insomma una sorta di «mini zona rossa». Che ricorda a tratti quella del G7. Basta pensare che il percorso del Papa sarà transennato e anche dove Benedetto XVI non passerà - cioè via Roma e il centro storico - ci saranno transenne e percorsi obbligati per i pedoni. Misure che le forze dell’ordine ritengono necessarie per lo svolgimento dell’evento in serenità. Vista la recrudescenza criminale di queste ore in città e il concentrarsi di tanti capi religiosi è chiaro che ogni precauzione è lecita. Mancano ancora 10 giorni al meeting e quindi non sono esclusi nuovi cambiamenti. Ma se ci saranno si andrà a rafforzare quanto già stabilito. I controlli nei punti critici saranno moltiplicati: Capodichino, Beverello e Mergellina, gli svincoli autostradali ma anche tutte le zone maggiormente popolate da immigrati. Il piano del resto è già partito viste le bonifiche in atto, tutto dovrà essere perfettamente oleato almeno due giorni prima del 21, quando cominceranno ad arrivare le delegazioni. Il Comune mette in campo ben 600 volontari della Protezione civile e in queste ore si sta facendo opera di raccordo con molte associazioni cattoliche che aiuteranno le varie security nella gestione della città e dei pellegrini. lu.ro.

mercoledì 10 ottobre 2007

Ratzinger avalla la prima svolta culturale.

Nuovi poteri al ministero dell'educazione.

(Paolo Rodari - Il Riformista) È una vera e propria riforma culturale quella che Benedetto XVI intende iniziare (l’annuncio pare venga dato oggi o al più tardi domani) con la nomina del nuovo segretario della congregazione per l’educazione cattolica - dalla Spagna arriva l’attuale segretario generale della conferenza episcopale del paese, ovvero monsignor Antonio Martinez Camino - e con un cambio di competenze tra questa congregazione e quella per il clero.
Una riforma culturale perché è dalla congregazione per l’educazione cattolica (più che da altre congregazioni o pontifici consigli) che il Pontefice vuole dettare, da qui in futuro, le linee a cui dovranno attenersi nel loro insegnamento innanzitutto le innumerevoli università ecclesiastiche dotate del tanto prestigioso imprimatur Vaticano (alias, le chiavi di Pietro).
La prima mossa è dunque la nomina di Antonio Martinez Camino - con il pensionamento del cardinale Juliàn Herranz c’era necessità di chiamare uno spagnolo in curia e lo si è scelto tra quelli della scuola dei ratzingeriani Antonio Cañizares Llovera (Toledo) e Antonio María Rouco Varela (Madrid) - a cui, nel giro di un paio di anni, dovrebbe seguire quella del nuovo prefetto della stessa congregazione (oggi il posto è occupato dal cardinale Zenon Grocholewski).
A Martinez Camino, e al futuro prefetto, verrà affidata la svolta culturale che nelle idee del Pontefice deve essere diretta innanzitutto all’interno della Chiesa prima che fuori.
Prima, insomma, occorre lavare i panni sporchi dentro la propria casa. O meglio, occorre intervenire su un aspetto fondante la vita della Chiesa quale è l’insegnamento che essa diffonde nelle sue facoltà e scuole.
E, in effetti, proprio a guardare le facoltà pontificie, gli istituti religiosi e le scuole cattoliche, si notano alcune crepe. Da una parte, lo smisurato incremento di facoltà teologiche e istituti religiosi ha portato all’effettiva impossibilità di controllare la qualità dei docenti chiamati a insegnarvi. Dall’altra, anche a causa di questa poca qualità, ecco lo scardinamento, nell’insegnamento filosofico, della metafisica e il conseguente dilagare (con le dovute eccezione e certamente non dappertutto) del relativismo e del soggettivismo. Una situazione che porta parte dell’insegnamento teologico in uno stato di sofferenza perché mancando un impianto filosofico adeguato, anche la stessa dottrina teologica tende a relativizzarsi.
Gli esempi potrebbero sprecarsi. Capita, tanto per citare alcuni casi, che coloro che fanno richiesta di eseguire una tesi teologica di critica, ad esempio, a Karl Rahner e alla sua “svolta antropologica”, vengano bollati come integralisti e la medesima cosa accade a quei poveretti che si azzardano a proporre una difesa dell’esegesi dei testi di liturgia del Vaticano II in chiave di rinnovamento nella continuità.
Quanto al cambio di competenze tra educazione cattolica e clero occorre dire come, fin dai tempi del concilio di Trento, la cura della pratica catechetica è stata appannaggio della congregazione per il clero (allora si chiamava Congregatio Cardinalium Concilii Tridentini interpretum). Ora, pare logico che questa competenza passi nelle mani di chi dal “ministero” dell’educazione cattolica detta le linee d’insegnamento della dottrina, mentre l’occhio sui seminari (dove studiano coloro che sacerdoti ancora non sono ma candidati ad esserlo sì) e dunque sulla formazione umana, intellettuale, spirituale e pastorale dei futuri sacerdoti divenga appannaggio del “ministero” del clero.

lunedì 8 ottobre 2007

L'illuminata posizione della Chiesa.

“Accanimento terapeutico”, “espressione fasulla”.

ROMA, domenica, 7 ottobre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento di Carlo Valerio Bellieni, Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario "Le Scotte" di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.


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C’è un’espressione nelle lingue latine che difficilmente è traducibile in inglese: “accanimento terapeutico”. Questa difficoltà di traduzione ha una motivazione profonda: si tratta di un’espressione “fasulla”. In realtà è un “ossimoro”, cioè un’espressione che racchiude due concetti opposti e inconciliabili, un po’ come dire “cadavere vivente”, o “ghiaccio bollente”. Perché si usa quest’espressione, nel sud Europa, mentre nei Paesi anglosassoni si usa distinguere più correttamente tra terapia futile e terapia utile? Probabilmente perché alle nostre latitudini c’era bisogno di creare uno stato d’ansia verso le cure di fine-vita, per formare l’idea nell’opinione pubblica che esistano medici che contro il parere degli assistiti si scatenano a far trapianti, interventi e cure dolorose per prolungare indefinitamente la vita.

Non credo che questi medici esistano, in primis perché la vita non la si può prolungare più di tanto. Scrive Giovanni Battista Guizzetti, gerontologo: “È incredibile come ormai tutti siamo convinti che malati e disabili vivano nel terrore dell’accanimento terapeutico, di diventare vittima del delirio di onnipotenza di una classe medica che ha perso il vero significato del suo compito. La mia esperienza di medico, ma anche l’esperienza umana di tutti noi, ci dice ben altro. Ci dice che quello che l’ammalato teme veramente è di essere abbandonato(…). Teme una pratica medica che, superata la fase della guaribilità, non si faccia più carico di lui” (Avvenire, 12 ottobre, 2006).

L’altro motivo per cui tali medici non esistono non è perché i medici siano “buoni”, ma semplicemente e utilitaristicamente perché prolungare la vita non conviene a nessuno. E non intendo qui parlare del paziente. Non conviene agli ospedali, che avrebbero posti letto poco redditizi occupati, aumento del tempo medio di degenza, occupazione del personale spesso scarso. Non conviene neanche al singolo medico, che non si capisce per quale motivo passerebbe giornate intere a fare trattamenti inutili e dolorosi, mentre sicuramente avrebbe altro da fare con altri pazienti più collaborativi e interessanti.

Ma perché nel sud Europa si usa allora questa terminologia? Forse perché creando ansia è più facile far passare l’idea che il suicidio assistito o l’eutanasia siano un diritto, per salvarsi da questi medici “torturatori”. Un accanimento terapeutico (cioè, dicendolo correttamente, un “uso inutile” delle terapie) può esistere, ma molto in teoria: chi andrebbe a fare un trapianto di cuore ad un paziente morente, o inizierebbe una pesante chemioterapia a chi ha pochi giorni di vita?

E qui urgono due precisazioni.

La prima è che mentre per la maggioranza delle persone “accanimento terapeutico” è quello volto proditoriamente a non far morire chi sta morendo, purtroppo per alcuni l’espressione intende invece il continuare le cure in caso di prognosi sfavorevole non per la sopravvivenza, ma soprattutto dal punto di vista neurologico. Questo è inquietante, perché in fondo si sottende che esista una “vita che è peggiore della morte”, cosa che se così fosse come primo effetto porterebbe a un alto tasso di suicidi tra i disabili, cosa che invece non si ha. E’ il caso dei bambini altamente prematuri, che hanno un alto rischio di morte e di disabilità, ma in cui questo rischio è oltretutto solo statistico, non essendo possibile determinare né alla nascita né nelle prime ore di vita una prognosi valida al 100% in quel singolo bambino. Ma anche se il bambino suddetto risultasse con danni cerebrali, questi hanno, lo sappiamo, vari livelli di gravità, ma anche il livello più grave non ha la potenza di rendere la vita “sbagliata” (wrongful life). D’altronde una recente ricerca neozelandese mostra che i neonatologi che sospendono più facilmente le cure ai neonati, sono quelli che più hanno paura per se stessi di ammalarsi o di morire; indipendentemente dal grado di malattia del bambino. Insomma: trasponiamo sui pazienti le nostre ansie, facendo due errori: il primo è credere che tutti la pensino come noi e abbiano le nostre fobie; il secondo è pensare che da malati (senza una gamba, con una paralisi) ragioneremmo come da sani, cioè se da sani pensiamo “se non potessi camminare preferirei morire”, non è certo che lo ripeteremmo se fossimo paralizzati dopo un incidente di auto. Tanti sportivi disabili ce lo dimostrano.

La seconda è che invece esiste, purtroppo, un altro accanimento. È l’accanimento diagnostico. Questo è un vero problema. Inizia, come ha spiegato il presidente del Comitato Nazionale Francese di Bioetica, in epoca prenatale col diffondersi degli screening a tappeto per la ricerca delle minime anomalie, e continua in ogni stadio della vita creando ipermedicalizazzione, talora favorita dalle industrie in un cosiddetto “disease mongering”, cioè il “mercato delle malattie”. C’è alla base spesso una cosiddetta “medicina difensiva”: si tratta del moltiplicarsi di indagini e esami per ripararsi dal rischio di possibili richieste di risarcimenti qualora un minimo (o grave) particolare fosse sfuggito durante un esame di routine.

Insomma: attenzione a non confondere il trattamento inutile (che raramente viene fatto, a meno di non trovare medici negligenti) con il prodigarsi per assicurare ai disabili tutte le cure, al pari degli altri. E attenzione piuttosto a non accanirsi a medicalizzare la vita: noi e i nostri figli valiamo più dei nostri acciacchi, dei nostri disordini e della nostra disabilità.

Santa Madre Natura, ora pro nobis.

(Alternativa Liberale) Da quando una parte degli abitanti del nostro pianeta, sconvolti dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale, ha portato alla ribalta il tema dei diritti umani, la Chiesa cattolica ha ritenuto suo dovere farsi paladina di tali diritti: secondo Benedetto XVI, la "vera garanzia offerta ad ognuno per vivere libero e rispettato nella sua dignità e difeso da ogni manipolazione ideologica e da ogni arbitrio e sopruso del più forte" è un dono di Dio, non una conquista dell'evoluzione della consapevolezza umana.

Credo sia giusto ricordare che la Santa Sede, stato sovrano a tutti gli effetti, non si è ancora decisa a firmare la Dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo. "La Dichiarazione dei diritti dell'uomo è un codice etico di importanza storica fondamentale: è stato infatti il primo documento a sancire universalmente (cioè in ogni epoca storica e in ogni parte del mondo) i diritti che spettano all'essere umano", quindi sottoscriverla significa farsi un bell'esame di coscienza, nel caso in cui ci si sia distinti nella negazione dei principi e dei valori su cui si basa, e dei diritti che vengono definiti universali e irrinunciabili. Tanto per fare un esempio, la Chiesa si appella al diritto alla libertà religiosa, sacrosanto, dopo averlo negato per secoli. Ma alla Chiesa non basta la semplice libertà di professare la propria fede. Dopo aver scoperto improvvisamente che ogni essere umano (donne comprese) ha una dignità intangibile, ritiene di dover puntare l'indice contro chi sta sovvertendo i veri fondamenti della dignità umana, in nome del "relativismo etico".

Il papa non lo dice, ma si riferisce a un preciso soggetto culturale e politico, l'Unione Europea, che ha incluso nella propria Costituzione una versione aggiornata della Carta del '48: in Europa non si può discriminare nemmeno sulla base dell'orientamento sessuale, e su questo la Chiesa romana è profondamente in disaccordo (il papa evita pure di notare che grazie al relativismo etico l'individuo è libero di decidere come comportarsi, ma non di mettere in discussione i principi e i valori su cui si fondano le società occidentali moderne).

Rivolgendosi alla Commissione Teologica, Benedetto XVI ha detto che "nessuna legge fatta dagli uomini può sovvertire la norma scritta dal Creatore". La norma si chiama legge morale naturale e sta scritta "nel cuore dell'uomo". Il Creatore non poteva mandare un fax, far trovare un libro a un bookcrosser, lasciare un messaggio sulla segreteria del Santo Padre? Ma non lo sapeva il Creatore che il cuore dell'uomo è quanto di più indecifrabile si possa trovare nelle sue creature? Siccome leggere cos'ha da dirci un muscolo è opera alquanto complicata, i teologi della suddetta Commissione dovranno trasformarsi in cardiomanti e riferire quanto sta scritto per illuminarci? Macché, la Chiesa sa già tutto, l'umanità intera deve semplicemente prenderne atto e adeguarsi o alla "legge morale naturale" o alla dottrina della Chiesa cattolica, che, manco a farlo apposta, coincidono. Per la Chiesa è per esempio contro-natura abortire, anche se la Natura è la principale causa di aborti; è invece naturale oltre che doveroso alimentare artificialmente un corpo in stato vegetativo; il sesso secondo natura ha come unico scopo l'accoppiamento eterosessuale monogamico finalizzato alla procreazione, anche se almeno 1500 specie animali non disdegnano l'omosessualità e la monogamia, non solo tra gli uomini, è un'eccezione; il preservativo è contro la vita, i "metodi naturali" di controllo della fertilità no; e via di questo passo. Sono opinioni rispettabilissime, finché rimangono tali, ci mancherebbe. Grazie all'avvento della democrazia, la Chiesa cattolica e i suoi "fedeli" sono liberi di elaborare e di adottare un codice etico ritenuto di ispirazione divina (tanto liberi da disattenderlo in massa). Il giorno in cui i cattolici, praticanti e fedeli, fossero la maggioranza, avrebbero pure il diritto di estendere la proprie convinzioni all'intera società, vietando per legge non solo le pratiche omosessuali e l'aborto, ma l'uso dei preservativi, il sesso prematrimoniale, l'infedeltà, lo shopping domenicale e quant'altro.

Nel frattempo, perché non dedicarsi a trovare un nuovo nome per identificare i fondamenti teologici su cui si basa la religione e l'etica cattolica? "Dogma" in greco significa "opinione personale non certa" : se non è relativismo questo...

domenica 7 ottobre 2007

Segreto pontificio.

I crimini sessuali nella Chiesa nascosti da papa Wojtyla e dal cardinale-prefetto Ratzinger.

(Valter Vecellio - da www.radicali.it) Di una cosa si può esser sicuri: “Segreto pontificio. I crimini sessuali nella Chiesa nascosti da papa Wojtyla e dal cardinale-prefetto Ratzinger” (Kaos edizioni, pagg.186, 15 euro) è un libro destinato a essere “silenziato”. Saranno ben poche, si conteranno sulle dita di una mano, le recensioni; e certamente di questo libro non si occuperà alcuna trasmissione di approfondimento politico. Subirà, insomma, più o meno la stessa sorte di una precedente pubblicazione: “I legionari di Cristo” di Jason Berry e Gerald Renner (Fazi editore, pagg.380, 23,50 euro). Il libro di Berry e di Renner parte dall’inquietante serie di abusi sessuali compiuti da preti cattolici negli Stati Uniti, e arriva alla misteriosa Legione di Cristo, l’organizzazione ultraconservatrice fondata nel 1941 dal messicano Marcial Maciel Degollado; una struttura oggi diffusa in una ventina di paesi, una rete capillare di preti e di laici, centinaia di scuole medie, superiori e numerose università sotto “controllo”. Berry e Renner raccontano come varie inchieste, avviate dopo la ventina di accuse per abusi sessuali nei confronti di Maciel siano state insabbiate dal Vaticano; di come Giovanni Paolo II lo abbia pubblicamente elogiato durante una solenne cerimonia, nel 2004; di come Ratzinger, nella sua veste di capo della Congregazione per la Dottrina della Fede abbia eluso ogni richiesta di mettere il prete messicano sotto processo; e di come l’allora segretario di Stato Angelo Sodano lo abbia difeso strenuamente. Scrivono Berry e Renner: “I legionari di Cristo esplora l’insabbiamento vaticano presentando le vite di due preti, Doyle e Maciel: uno dei due chiede giustizia, l’altro è un bastione dell’ingiustizia. Nel registrare gli eventi principali che riguardano questi uomini, mettiamo anche in evidenza le persecuzioni di teologi e pensatori della Chiesa, sotto l’autorità del cardinale Joseph Ratzinger…”.

Torniamo a “Segreto pontificio”. Gli autori si firmano “Discepoli di verità”. Non è il primo libro che hanno sfornato per le edizioni Kaos. Hanno pubblicato “Bugie di sangue in Vaticano”, sulla strage che costò la vita al comandante della Guardia svizzera Alois Estermann, a sua moglie e al vice-caporale Cédric Tornay, trovati cadaveri la sera del 4 maggio del 1998 in Vaticano; “All’ombra del papa infermo”, che racconta il lungo pontificato di Giovanni Paolo II e le lotte di potere all’interno della nomenklatura vaticana, del radicamento dell’Opus Dei, la bancarotta dello Ior-Ambosiano e altre edificanti vicende; sono poi arrivati “Senza misericordia”, biografia non solo non autorizzata ma certamente pochissimo gradita di Ratzinger: da soldato della Wehrmacht nazista al sodalizio con il cardinale filo-hitleriano Michael von Faulhaber,, fino all’approdo alla curia romana e l’elezione a papa. “I triangoli rosa di Benedetto XVI” documenta l’omofobia manifestata ufficialmente e pubblicamente da Ratzinger, sia nella sua veste di cardinale-prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, sia da pontefice. Ed eccoci, ora, a “Segreto pontificio”: “i due massimi timonieri della Chiesa di Roma”, scrivono gli anonimi autori del libro, “papa Giovanni Paolo II e il cardinale-prefetto Joseph Ratzinger si comportarono come uomini politici votati all’esercizio del potere temporale. Infatti inizialmente si limitarono a ignorare il problema; poi si prodigarono nel nasconderlo, quindi si impegnarono a minimizzarlo; infine avocarono a sé tutti i poteri di giudizio, invocando il “segreto pontificio”, e giudicarono alcuni peccatori a seconda delle convenienze e delle opportunità, delle amicizie e dei tornaconto”.

L’accusa contenuta nel libro (e sostenuta, argomentata in modo convincente), è durissima: “Nel periodo tra il 2001 e il 2006, la Congregazione per la dottrina della fede ha ricevuto un migliaio di denunce e segnalazioni di abusi sessuali commessi da sacerdoti, i processi avviati dal dicastero ratzingeriano sono stati una decina. E a fronte di centinaia di provvedimenti gravi e gravissimi sentenziati e inflitti dal cardinale-prefetto Ratzinger a carico di sacerdoti colpevoli di ‘deviazioni dottrinarie’, non risulta un solo processo canonico per abusi sessuali su minori concluso con una condanna”. Il libro racconta casi emblematici: quelli dell’arcivescovo di Vienna, Hans hermann Groer, del già citato padre Maciel Degollado, del vescovo argentino Edgardo Gabriel Storni; in appendice le denunce di casi di suore stuprate da preti, a metà degli anni Novanta, nell’indifferenza della gerarchia vaticana, il testo della famosa trasmissione televisiva “Sex Crimes and the Vatican”, della “BBC” e successivamente trasmesso da “Annovero” su RAI2; l’articolo pubblicato sul “Boston Globe” il 31 gennaio 2002 che portava alla luce lo scandalo dei preti pedofili nell’arcidiocesi di Boston, denunciando le responsabilità del cardinale Bernard Francis Law; il testo di un’importante risoluzione del Parlamento Europeo del 5 aprile 2001, e le interrogazioni di Maurizio Turco.

Il 29 ottobre di un anno fa, “Repubblica” annotava: “Grandi diocesi sull’orlo della bancarotta; ipoteche bancarie su seminari e cattedrali; risarcimenti milionari e migliaia di vittime di abusi sessuali da parte di preti e religiosi; ma, quel che è peggio, milioni e milioni di fedeli sempre più delusi e sconcertati. E’, grosso modo, questa la drammatica fotografia di quelle Chiese cattoliche locali – USA in testa – dove negli ultimi anni sono venuti a galla i più clamorosi casi di pedofilia, con centinaia di esponenti del clero sul banco degli imputati”. “Segreti pontifici” è il racconto di questa “drammatica fotografia”: Wojtyla e Ratzinger hanno caratterizzato il loro operato prima con il silenzio e la minimizzazione; poi hanno centralizzato e cercato di coprire ogni cosa con il segreto. “L’esito di questa politica è stato disastroso: la fase dell’indifferenza e della minimizzazione ha permesso alla piaga degli abusi sessuali di dilagare il tutto il mondo…”. Libri come “Segreto pontificio” dovrebbero diventare occasione per dibattiti, riflessioni, momenti di confronto. Finirà come solitamente accade per questo tipo di libri: letti da chi potrebbe farne a meno, ignorato da chi ne trarrebbe qualche profitto.

giovedì 4 ottobre 2007

Da lunedì 8 ottobre saremo online.

Dossier Chiesa Cattolica: una serie articoli per documentare i fatti ed i misfatti della Chiesa e deuoi componenti, dai più importanti al più piccolo curato. Tutto quello che la rete pubblica e che è difficile trovare.

Per segnalazioni: notiziegay@gmail.com

Grazie a tutti.
La redazione di Notizie gay.