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venerdì 26 ottobre 2007

La Chiesa e "Repubblica": La difesa d'uficio di "Avvenire".

Speciale Soldi alla Chiesa, verità e bugie
Spargere veleni sul rapporto tra Chiesa e società. Con argomentazioni sbrigative e grossolane che cercano di mettere in cattiva luce l'impegno dei sacerdoti, l'uso dell'otto per mille, perfino l'insegnamento della religione cattolica. Il quotidiano romano «Repubblica», dai primi di ottobre a oggi, ha cercato con un'inchiesta sviluppata su varie puntate (e da ultimo - per ora - con l'intervento del suo direttore, Ezio Mauro) di screditare la Chiesa. Innumerevoli gli svarioni, le cantonate, le imprecisioni. Qui di seguito trovate una raccolta degli articoli con cui «Avvenire» ha risposto a questi attacchi. Cercando di ragionare sulla realtà dei fatti. p
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Dopo il fondo di «Repubblica» (26 ottobre 2007)
Democrazia, soprattutto

Il direttore di Repubblica, collega che stimo, non è piaciuto l’intervento del segretario di Stato vaticano. «Finiamola», aveva esortato il cardinal Tarcisio Bertone. «Come si permette di darci ordini?» ...

di Dino Boffo

Scuola e bugie (25 ottobre 2007)
Ora di religione, attacco fuori bersaglio

L’insegnamento della religione cattolica (Irc) non serve a nulla, se non a rimpinguare la Chiesa, «un altro miliardo di obolo di Stato a san Pietro». A questa tesi sbrigativa e grossolana va piegata la ...

di Umberto Folena

Otto per mille (13 ottobre 2007)
Chiesa & Ici: la saga delle cantonate

Con un titolo rutilante, "Gli alberghi dei santi alla crociata dell'Ici", e il fiato sempre più corto, Repubblica - il giornale di Carlo De Benedetti - dedicava ieri altre due pagine alla novela (inchiesta ...

di Umberto Folena

La lettera (06 ottobre 2007)
Quell’inchiesta di «Repubblica» una caricatura indegna

Caro Direttore, ho appena terminato di leggere il 'supplemento' di inchiesta sull’8 per mille alla Chiesa cattolica italiana pubblicato su Repubblica di mercoledì 3 ottobre a firma di Curzio Maltese e ...

Don Felice Bacco, Canosa di Puglia

Chiesa e tasse (04 ottobre 2007)
Otto per mille i «segreti» e la trasparenza

Disinformazia, parte seconda. Ieri su Repubblica la triade Maltese -Pontesilli-Turco ha rifilato ai suoi lettori 'I soldi del vescovo- 2', una seconda dose di totali menzogne e mezze verità a proposito ...

di Umberto Folena

Intervista al professore Carlo Cardia (04 ottobre 2007)
«Sembrano metodi da piccoli Torquemada»

Repubblica l’ha accusato di aver cambiato casacca e idee sui finanziamenti alla Chiesa e sul comunismo e ha contestato la sua partecipazione alla commissione governativa per l’esame dell’otto per mille. ...

di Paolo Viana

Bilanci trasparenti (29 settembre 2007)
Costi della Chiesa, svarioni e verità

La Chiesa come la politica? Con un notevole sforzo, parecchie omissioni e un pizzico di demagogia, perché no? È l’operazione tentata ieri da Repubblica, ben tre pagine firmate da Curzio Maltese , coadiuvato ...

di Umberto Folena

Lettera al sottosegretario dell'Economia (30 agosto 2007)
Onorevole Cento, un po' di pudore

Mi presento: sono uno di quegli "imprenditori" entrati nel mirino suo, sottosegretario Cento, e di alcuni altri suoi colleghi, comprensibilmente preoccupati di salvare l'Italia dal fallimento economico ...

di don Carlo Velludo*

L'inutile polemica (30 agosto 2007)
Tasse e immobili: la lunga lista dei «privilegiati»

Perché alcuni immobili della Chiesa cattolica sono esenti dal pagamento dell'Ici? E da quando questa agevolazione è riconosciuta? Se chi ha scritto o parlato di «privilegi» concessi alla Chiesa si fosse ...

di Massimo Calvi


lunedì 8 ottobre 2007

L'illuminata posizione della Chiesa.

“Accanimento terapeutico”, “espressione fasulla”.

ROMA, domenica, 7 ottobre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento di Carlo Valerio Bellieni, Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario "Le Scotte" di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.


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C’è un’espressione nelle lingue latine che difficilmente è traducibile in inglese: “accanimento terapeutico”. Questa difficoltà di traduzione ha una motivazione profonda: si tratta di un’espressione “fasulla”. In realtà è un “ossimoro”, cioè un’espressione che racchiude due concetti opposti e inconciliabili, un po’ come dire “cadavere vivente”, o “ghiaccio bollente”. Perché si usa quest’espressione, nel sud Europa, mentre nei Paesi anglosassoni si usa distinguere più correttamente tra terapia futile e terapia utile? Probabilmente perché alle nostre latitudini c’era bisogno di creare uno stato d’ansia verso le cure di fine-vita, per formare l’idea nell’opinione pubblica che esistano medici che contro il parere degli assistiti si scatenano a far trapianti, interventi e cure dolorose per prolungare indefinitamente la vita.

Non credo che questi medici esistano, in primis perché la vita non la si può prolungare più di tanto. Scrive Giovanni Battista Guizzetti, gerontologo: “È incredibile come ormai tutti siamo convinti che malati e disabili vivano nel terrore dell’accanimento terapeutico, di diventare vittima del delirio di onnipotenza di una classe medica che ha perso il vero significato del suo compito. La mia esperienza di medico, ma anche l’esperienza umana di tutti noi, ci dice ben altro. Ci dice che quello che l’ammalato teme veramente è di essere abbandonato(…). Teme una pratica medica che, superata la fase della guaribilità, non si faccia più carico di lui” (Avvenire, 12 ottobre, 2006).

L’altro motivo per cui tali medici non esistono non è perché i medici siano “buoni”, ma semplicemente e utilitaristicamente perché prolungare la vita non conviene a nessuno. E non intendo qui parlare del paziente. Non conviene agli ospedali, che avrebbero posti letto poco redditizi occupati, aumento del tempo medio di degenza, occupazione del personale spesso scarso. Non conviene neanche al singolo medico, che non si capisce per quale motivo passerebbe giornate intere a fare trattamenti inutili e dolorosi, mentre sicuramente avrebbe altro da fare con altri pazienti più collaborativi e interessanti.

Ma perché nel sud Europa si usa allora questa terminologia? Forse perché creando ansia è più facile far passare l’idea che il suicidio assistito o l’eutanasia siano un diritto, per salvarsi da questi medici “torturatori”. Un accanimento terapeutico (cioè, dicendolo correttamente, un “uso inutile” delle terapie) può esistere, ma molto in teoria: chi andrebbe a fare un trapianto di cuore ad un paziente morente, o inizierebbe una pesante chemioterapia a chi ha pochi giorni di vita?

E qui urgono due precisazioni.

La prima è che mentre per la maggioranza delle persone “accanimento terapeutico” è quello volto proditoriamente a non far morire chi sta morendo, purtroppo per alcuni l’espressione intende invece il continuare le cure in caso di prognosi sfavorevole non per la sopravvivenza, ma soprattutto dal punto di vista neurologico. Questo è inquietante, perché in fondo si sottende che esista una “vita che è peggiore della morte”, cosa che se così fosse come primo effetto porterebbe a un alto tasso di suicidi tra i disabili, cosa che invece non si ha. E’ il caso dei bambini altamente prematuri, che hanno un alto rischio di morte e di disabilità, ma in cui questo rischio è oltretutto solo statistico, non essendo possibile determinare né alla nascita né nelle prime ore di vita una prognosi valida al 100% in quel singolo bambino. Ma anche se il bambino suddetto risultasse con danni cerebrali, questi hanno, lo sappiamo, vari livelli di gravità, ma anche il livello più grave non ha la potenza di rendere la vita “sbagliata” (wrongful life). D’altronde una recente ricerca neozelandese mostra che i neonatologi che sospendono più facilmente le cure ai neonati, sono quelli che più hanno paura per se stessi di ammalarsi o di morire; indipendentemente dal grado di malattia del bambino. Insomma: trasponiamo sui pazienti le nostre ansie, facendo due errori: il primo è credere che tutti la pensino come noi e abbiano le nostre fobie; il secondo è pensare che da malati (senza una gamba, con una paralisi) ragioneremmo come da sani, cioè se da sani pensiamo “se non potessi camminare preferirei morire”, non è certo che lo ripeteremmo se fossimo paralizzati dopo un incidente di auto. Tanti sportivi disabili ce lo dimostrano.

La seconda è che invece esiste, purtroppo, un altro accanimento. È l’accanimento diagnostico. Questo è un vero problema. Inizia, come ha spiegato il presidente del Comitato Nazionale Francese di Bioetica, in epoca prenatale col diffondersi degli screening a tappeto per la ricerca delle minime anomalie, e continua in ogni stadio della vita creando ipermedicalizazzione, talora favorita dalle industrie in un cosiddetto “disease mongering”, cioè il “mercato delle malattie”. C’è alla base spesso una cosiddetta “medicina difensiva”: si tratta del moltiplicarsi di indagini e esami per ripararsi dal rischio di possibili richieste di risarcimenti qualora un minimo (o grave) particolare fosse sfuggito durante un esame di routine.

Insomma: attenzione a non confondere il trattamento inutile (che raramente viene fatto, a meno di non trovare medici negligenti) con il prodigarsi per assicurare ai disabili tutte le cure, al pari degli altri. E attenzione piuttosto a non accanirsi a medicalizzare la vita: noi e i nostri figli valiamo più dei nostri acciacchi, dei nostri disordini e della nostra disabilità.

domenica 7 ottobre 2007

Le scelte dei cristiani in politica non contraddicano la fede, chiede il Cardinal Martino.

BUENOS AIRES, domenica, 7 ottobre 2007 (ZENIT.org).- La diversità di opzioni dei cristiani in politica è legittima, ma le scelte non devono contraddire la fede, ha affermato il Cardinale Renato R. Martino, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.

Il porporato lo ha spiegato aprendo venerdì pomeriggio a Salta (Argentina) le Giornate di evangelizzazione della cultura, promosse dalla locale Università Cattolica e dalla Pontificia Università Cattolica Argentina.

Le Giornate vogliono essere “uno spazio di incontro, riflessione e proposta che arricchisca l’identità e la missione degli evangelizzatori”, ha osservato.

“La Chiesa sa che non le compete di far valere politicamente la sua dottrina, giacché il suo scopo è servire alla formazione delle coscienze in politica e contribuire a che cresca la percezione delle vere esigenze della giustizia e la disponibilità ad agire in conformità ad esse, anche a costo di interessi personali”, ha dichiarato il presidente del dicastero vaticano.

Trattando il tema “L’impegno dei fedeli cristiani laici nella società civile e nella politica”, il Cardinale Martino ha sottolineato la “necessità della dimensione etica della vita sociale e politica, non come dimensione facoltativa, ma costitutiva, da cui dipende non solo la qualità della vita delle persone, delle famiglie, delle istituzioni e dello Stato, ma più radicalmente la loro stessa sopravvivenza”.

“Disattendere la dimensione etica – ha precisato il Cardinale secondo quanto spiega la “Radio Vaticana” – conduce inevitabilmente alla disumanizzazione della vita e delle istituzioni, trasformando la vita sociale e politica in una giungla dove impera la legge del più forte”.

“Il Magistero sociale della Chiesa – ha aggiunto – non intende dettare leggi ai poteri pubblici, né dichiararsi a favore di una parte o dell’altra, ma piuttosto salvare la persona dell’uomo e rinnovare la società umana”.

Secondo il presidente di Giustizia e Pace, “il cristiano, motivato dalla carità e dalla giustizia, non può accettare passivamente l’esistenza e il funzionamento delle cosiddette strutture di peccato, come – ad esempio – lo sfruttamento organizzato dei minori e della prostituzione, il commercio di armi e il perdurare di guerre e conflitti civili, le operazioni di pulizia etnica, le legislazioni che favoriscono la discriminazione razziale, la corruzione politica, il narcotraffico e altre siffatte terribili realtà”. Al riguardo, spetta al cristiano una franca denuncia e una inequivocabile opposizione.

Il porporato ha affrontato un’altra questione attuale sostenendo che “la fede cristiana mai potrà tradursi in un’unica collocazione politica; pretendere che un partito o un’opzione politica coincidano con le esperienze della fede e della vita cristiana sarebbe un pericoloso equivoco”.

“Una diversità di opzioni sarà sempre legittima, purché si tratti di partiti o scelte che non contraddicano la fede o i valori cristiani”, ha dichiarato.

Nella corso della mattinata, il Cardinal Martino aveva ricevuto una laurea honoris causa dall’Università Cattolica di Salta e aveva presieduto nella cappella dell’Ateneo la concelebrazione di apertura delle Giornate di evangelizzazione della cultura.