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giovedì 25 ottobre 2007

Chiesa, c'è un 8 per mille segreto. Ecco dove finisce un miliardo di euro.

Nove milioni per la campagna pubblicitaria sullo tsunami ma alle vittime va solo un terzo. E alla fine l' ottanta per cento dei contributi assegnati rimane alla Chiesa cattolica. La maggior parte dei finanziamenti ai vescovi viene dal fondo che raccoglie i soldi di chi non ha fatto nessuna scelta.

(Curzio Maltese - La Repubblica) Le campagne dell' "otto per mille" della Chiesa cattolica, che ogni primavera invadono l' etere, Rai, Mediaset e radio nazionali, sono considerate nel mondo pubblicitario un modello di comunicazione. Ben girate, splendida fotografia, musiche di Morricone, storie efficaci, a volte indimenticabili. Chi non ricorda quella del 2005, imperniata sulla tragedia dello tsunami? Lo spot apre su un fragile villaggio di capanne, dalla spiaggia i pescatori scalzi scrutano l' orizzonte cupo. Voce fuori campo: "Quel giorno dal mare è arrivata la fine, l' onda ha trasformato tutto in nulla". Stacco sul logo dell' otto per mille: "Poi dal niente, siete arrivati voi. Le vostre firme si sono trasformate in barche e reti". Zoom su barche e reti. "Barche e reti capaci di crescere figli e pescare sorrisi". Slogan: "Con l' otto per mille alla Chiesa cattolica, avete fatto tanto per molti". Un capolavoro. La campagna 2005, affidata come le precedenti alla multinazionale Saatchi & Saatchi, secondo Il Sole 24 Ore è costata alla Chiesa nove milioni di euro. Il triplo di quanto la Chiesa ha poi donato alle vittime dello tsunami, tre milioni (fonte Cei), lo 0,3 per cento della raccolta. Nello stesso anno, l'Ucei, l' unione delle comunità ebraiche italiane, versò per lo Sri Lanka e l' Indonesia 200 mila euro, il 6 per cento dell' "otto per mille". Un' offerta in proporzione venti volte superiore, in un' area dove non esistono comunità ebraiche.

Gli spot della Chiesa cattolica sono per la maggioranza degli italiani l'unica fonte d'informazione sull' otto per mille. Consegue una serie di pregiudizi assai diffusi. Credenti e non credenti sono convinti che la Chiesa cattolica usi i fondi dell' otto per mille soprattutto per la carità in Italia e nel terzo mondo. Le due voci occupano la totalità dei messaggi, ma costituiscono nella realtà il 20 per cento della spesa reale, come conferma Avvenire, che pubblica per la prima volta il resoconto sul numero del 29 settembre. L' 80 per cento del miliardo di euro rimane alla Chiesa cattolica.
anto meno gli spot cattolici si occupano d' informare che le quote non espresse nella dichiarazione dei redditi, il 60 per cento, vengono comunque assegnate sulla base del 40 per cento di quanto è stato espresso e finiscono dunque al 90 per cento nelle casse della Cei. Questo compito in effetti spetterebbe allo Stato italiano. Lo Stato avrebbe dovuto illustrare e giustificare ai cittadini un meccanismo tanto singolare di "voto fiscale", unico fra i paesi concordatari.

In Spagna per esempio le quote non espresse nel "cinque per mille" restano allo Stato. In Germania lo Stato si limita a organizzare la raccolta dei cittadini che possono scegliere di versare l' 8 o 9 per cento del reddito alla Chiesa cattolica o luterana o ad altri culti. Il principio dell' assoluta volontarietà è la regola nel resto d' Europa. Lo Stato italiano lo adotta infatti per il "cinque per mille". Anzi, fa di peggio. Il "cinque per mille" è nato nel 2006 per destinare appunto lo 0,5 dell' Irpef (660 milioni di euro, stima ufficiale delle Entrate) a ricerca e volontariato. Nel primo (e unico) anno hanno aderito il 61 per cento dei contribuenti, contro il 40 dell' "otto per mille": un successo enorme.

Le sole quote volontarie ammontano a oltre 400 milioni. Ma con la Finanziaria del 2007 il governo ha deciso di porre un tetto di 250 milioni al fondo, che si chiama sempre "cinque per mille" ma è ridotto nei fatti a meno del due. Le quote eccedenti verranno prelevate dall' erario. Con una mano lo Stato dunque regala 600 milioni di quote non espresse alla Cei e con l' altra sottrae 150 milioni di quote espresse a favore di onlus e ricerca. Nella stessa pagina del modulo 730 il "voto fiscale" espresso da un cittadino in alto a favore delle chiese vale in termini economici quattro volte il voto nel "cinque per mille". Perché due pesi e due misure? Lo Stato in diciassette anni non ha speso una parola pubblica, uno spot, una pubblicità Progresso, per spiegare il senso, il meccanismo e la destinazione reale dell' otto per mille. Ed è l' unico "concorrente" che ne avrebbe i mezzi, oltre al dovere morale. Gli altri (Valdesi, Ebrei, Luterani, Avventisti, Assemblee di Dio) dispongono di fondi minimi per la pubblicità, peraltro regolarmente denunciati nei resoconti. Mentre la Chiesa cattolica è l' unica a non dichiarare le spese pubblicitarie, riprova di scarsa trasparenza. L' unica voce a rompere il silenzio dello Stato fu nel 1996 quella di una cattolica, come spesso accade, la diessina Livia Turco, allora ministro per la Solidarietà. Turco propose di destinare la quota statale di otto per mille a progetti per l' infanzia povera. Il "cassiere" pontificio, monsignor Attilio Nicora, rispose che "lo Stato non doveva fare concorrenza scorretta alla Chiesa".

Fine del dibattito. Oggi Livia Turco ricorda: "Nella mia ingenuità, pensavo che la mia proposta incontrasse il favore di tutti, compresa la Chiesa. L' Italia è il paese continentale con la più alta percentuale di povertà infantile. Al contrario la reazione della Chiesa fu durissima, infastidita, e dalla politica fui subito isolata. Ho vissuto quella vicenda con grande amarezza". La politica non ha mai più osato fare "concorrenza" alla Chiesa cattolica, anzi l' ha favorita con un pessimo uso del fondo. Nel 2004 i media hanno dato grande risalto alla trovata del governo Berlusconi di utilizzare 80 dei 100 milioni ricevuti dall' otto per mille per finanziare le missioni militari, in particolare in Iraq. Degli altri venti milioni, quasi la metà (44,5 per cento) sono finiti nel restauro di edifici di culto, quindi ancora alla Chiesa. La percentuale di "voti" allo Stato italiano è crollata dal 23 per cento del 1990 all' 8,3 del 2006.

All' atteggiamento remissivo dello Stato italiano ha fatto da contraltare una crescente aggressività da parte delle gerarchie ecclesiastiche e soprattutto dei politici al seguito, cattolici e neo convertiti, nel rivendicare il denaro pubblico. In agosto, quando la commissione europea ha chiesto lumi al governo Prodi sui privilegi fiscali del Vaticano, nell' ipotesi si tratti di "aiuti di Stato" mascherati, l' ex ministro Roberto Calderoli, già protagonista delle battaglie anticlericali della Lega anni Novanta, ha chiesto al Papa di "scomunicare l' Unione Europea". Rocco Buttiglione ha avanzato un argomento in disuso fra gli intellettuali dai primi del '900, ma oggi di gran moda. Secondo il quale i privilegi concessi dalla Stato al Vaticano sarebbero "una compensazione per la confisca dei beni ecclesiastici dello Stato Pontificio". Un revanscismo già sepolto dalla Chiesa del Concilio. Nel 1970 Paolo VI aveva "festeggiato" con la visita in Campidoglio la breccia di Porta Pia: "atto della Provvidenza", una "liberazione" per la Chiesa da un potere temporale che ne ostacolava l' autentica missione. Joseph Ratzinger scrive ne "Il sale della terra": "Purtroppo nella storia è sempre capitato che la Chiesa non sia stata capace di allontanarsi da sola dai beni materiali, ma che questi le siano stati tolti da altri; e ciò, alla fine, è stata per lei la salvezza". La legge 222 del 1985 istitutiva dell' otto per mille, perlopiù sconosciuta ai polemisti, in ogni caso non accenna ad alcuna forma di "risarcimento" per le confische (argomento insensato nell' Italia di vent' anni fa).

Lo scopo primario della legge di revisione del Concordato fascista del '29 era di garantire un sostituto della "congrua", ovvero lo stipendio di Stato ai sacerdoti. Nei primi anni lo Stato s' impegnava infatti a integrare l' otto per mille, fino a 407 miliardi, nel caso di una raccolta insufficiente per pagare gli stipendi. In cambio il Vaticano accettava che una commissione bilaterale valutasse ogni tre anni l' ipotesi di ridurre l' otto per mille nel caso contrario di un gettito eccessivo. Ora, dal 1990 al 2007, l' incasso per la Cei è quintuplicato e la spesa per gli stipendi dei preti, complice la crisi di vocazioni, è scesa alla metà, dal 70 al 35 per cento. Eppure la commissione italo-vaticana non ha mai deciso un adeguamento. Perché? Senza avventurarsi in filosofia del diritto, si può forse raccontare il percorso di uno dei componenti laici della commissione, Carlo Cardia. Il professor Cardia, insigne giurista di formazione comunista, consigliere di Enrico Berlinguer e Pietro Ingrao, ha esordito da fiero "difensore del diritto negato in Italia all' ateismo" ("Ateismo e libertà religiose", De Donato, 1973).

Nel 2001 è Cardia a invocare una riduzione dell' otto per mille, in un saggio pubblicato dalla presidenza del consiglio: "Dall' otto per mille derivano ormai alla Chiesa cattolica, meglio: alla Cei, delle somme veramente ingenti, che hanno superato ogni previsione. Si parla ormai di 900-1000 miliardi l' anno di lire. Il livello è tanto più alto in quanto il fabbisogno per il sostentamento del clero non supera i 400-500 miliardi. Ciò vuol dire che la Cei ha la disponibilità annua di diverse centinaia per finalità chiaramente "secondarie" rispetto a quella primaria del sostentamento del clero; e che lievitando così il livello del flusso finanziario si potrebbe presto raggiungere il paradosso per il quale è proprio il sostentamento del clero ad assumere il ruolo di finalità secondaria". Previsione perfetta. "Tutto ciò - concludeva Cardia - porterebbe a vere e proprie distorsioni nell' uso del danaro da parte della Chiesa cattolica; e, più in generale, riaprirebbe il capitolo di un finanziamento pubblico irragionevole che potrebbe raggiungere la soglia dell' incostituzionalità se riferito al valore della laicità quale principio supremo dell' ordinamento". Nel tempo il professor Cardia è diventato illustre collaboratore di Avvenire, il giornale dei vescovi. I suoi temi sono cambiati: l' apologia del rapporto fra i giovani e Benedetto XVI, la lotta ai Dico, l' esaltazione del Family Day.

Ciascuno naturalmente ha il diritto di cambiare idea. Ma è opportuno che, avendole cambiate sul giornale della Cei, continui a far parte di una commissione governativa chiamata a stabilire quanti soldi lo Stato deve versare alla Cei? Nell' ultimo editoriale su Avvenire il professor Cardia tuona contro l' inchiesta di Repubblica, "una delle più colossali operazioni di disinformazione degli ultimi tempi". Senza contestare nel merito un singolo dato, nega con veemenza che la Chiesa costi troppo agli italiani e s' indigna per "l' indecente" accostamento con la "casta". E' lo stesso professor Cardia che il 20 febbraio scorso dichiara in un' intervista: "Io porterei la quota dell' otto per mille al sette, vista l' imponente massa di danaro che smuove. Basti pensare che dall' 84 a oggi nessuno, se non per controversie politiche, vi ha posto mano".

Con le altre confessioni lo Stato è assai meno generoso. In risposta a un' interrogazione dei soliti radicali, nel luglio scorso il ministro Vannino Chiti ha citato come prova della bontà del meccanismo "il fatto che anche i valdesi hanno chiesto e ottenuto le quote non espresse". Chiesto sì, ottenuto mai. Incontro la "moderatrice" della Tavola Valdese, Maria Bonafede, il "Ruini" dei valdesi, nella modesta sede vicino alla Stazione Termini. "Per motivi etici avevamo rinunciato alle quote non espresse, ma nel 2000, visto l' uso che ne faceva lo Stato, le abbiamo chiese. Abbiamo incontrato governi di destra e di sinistra, il vecchio Letta e il nuovo. Ogni volta ci rinviano. Se la ottenessimo oggi, la vedremmo solo nel 2010. Lo Stato anticipa i soldi alla Cei, ma agli altri li versa con tre anni di ritardo".

Ai valdesi sono andati nel 2006 circa 5 milioni 700 mila euro, ma avrebbero diritto a oltre 13 milioni. Il resto lo trattiene lo Stato. La Tavola Valdese usa i soldi dell' otto per mille al 94 per cento per la carità e il rimanente alla pubblicità. I pastori valdesi vivono delle donazioni spontanee. Lo stipendio base, uguale dalla "moderatrice" all' ultimo pastore, è di 650 euro al mese. Maria Bonafede spiega: "I soldi dell' otto per mille arrivano dalla società e vi debbono tornare. Se una Chiesa non riesce a mantenersi con le libere offerte, è segno che Dio non vuole farla sopravvivere".

(hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)

mercoledì 10 ottobre 2007

La Chiesa ci insegna a guardare la tv,

Come ritagliarsi una giusta “dieta televisiva”

Intervista al prof. Armando Fumagalli sulle fiction televisive

(Zenit.org) La televisione? Sì, però con criterio. Il prof. Armando Fumagalli, Direttore del Master in Scrittura e produzione per la fiction e il cinema presso l’Università Cattolica di Milano, spiega a ZENIT come aiutare gli spettatori a districarsi all'interno del palinsesto televisivo.

Fumagalli è coautore insieme a Chiara Toffoletto del volume Scegliere la Tv. Una mappa ragionata da “Affari tuoi” a “Wink Club” (Edizioni Ares, Milano, 424 pagine, 18 Euro), un libro pubblicato recentemente che raccoglie una riflessione critica sui programmi della televisione.

La mappa intende aiutare ad orientarsi sui modelli di vita e sui valori di cui i programmi Tv si fanno portatori, e a scovare il meglio e il peggio di quanto va in onda.
L'opera riporta circa 130 schede ed è frutto di più di 8.000 ore di televisione monitorate da uno staff di giovani professionisti del settore, formatisi presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

La buona televisione esiste. Dov'è?

Fumagalli: La buona televisione va un pò cercata nelle pieghe del palinsesto. L'aiutare gli spettatori a trovarla era uno degli obiettivi che ci siamo posti in questo libro.

Purtroppo la buona televisione non sempre si trova negli orari di maggior ascolto. Ci sono buoni programmi la mattina alle otto o la sera a mezzanotte come "La storia siamo noi" di Giovanni Minoli, come "Tv talk", che va in onda il sabato mattina, come alcuni programmi di approfondimento giornalistico che di solito sono in seconda serata, o come "Otto e mezzo", che spesso è molto interessante, su La7.
Ma ci sono ogni tanto buoni programmi anche fra le fiction e il varietà. Per le fiction nella stagione in corso sono senz'altro ottimi il “Chiara e Francesco” andato in onda su Raiuno il 7 e l'8 ottobre, il “Guerra e pace” che arriverà fra qualche settimana, mentre altre fiction magari uniscono buoni propositi e buoni contenuti con una fattura non sempre all'altezza, come la fiction su Giuseppe Moscati andata in onda recentemente su Raiuno.

Perché dice che la televisione è una presenza “invadente” e “irrinunciabile”?

Fumagalli: Che sia invadente e irrinunciabile è un dato di fatto e lo dimostra la media italiana di fruizione della televisione che è di più di tre ore al giorno per ogni persona.
Di fatto pochi sono coloro che non accendono la televisione tutte le sere, e quindi ci sembrava molto importante offrire almeno qualche segnale in questo mare così vasto, qualche “avviso ai naviganti”, sia per segnalare, come dicevamo, le cose migliori, sia per aiutare a riflettere su alcune proposte di modelli di vita molto diffuse (purtroppo molto diffuse) nella televisione attuale: si pensi ai programmi di Maria De Filippi, si pensi alla glorificazione di un amore come forza incontrollabile che spazza via ogni ragionevolezza, che nasce e muore senza un perché, che non è capace di creare legami stabili ma solo passioni violente che nascono, crescono e poi inevitabilmente muoiono...

E' una visione molto determinata e pervasiva della vita e dell'uomo, che bisogna riconoscere come originata da un'ideologia, da una visione del mondo, e in qualche modo occorre crearsi qualche “vaccino” intellettuale.

Che valori si incontrano in serie come “Lost”, “Law and Order” o “Desperate Housewives”?

Fumagalli: Qui dovrei passare la parola al nostro grande esperto di serie americane, che è Paolo Braga, ma posso solo accennare che si tratta di serie molto diverse come valori di riferimento.
Se “Lost” cerca di aprire squarci metafisici e “Law and Order” si mantiene sostanzialmente (almeno nella serie principale) su un quadro di valori classici (i buoni contro il crimine), “Desperate housewives” si fa portatore di una idea sempre più pervasiva nelle serie americane più recenti: siamo soli a questo mondo; l'amicizia può lenire di compassione questa sostanziale solitudine, ma in fondo non c'è spazio né per il cambiamento vero, né quindi per la speranza, solo per il rimpianto.
E' in fondo, l'aria che si respira anche in una serie giovanile di grande successo come “Dawson's Creek”.

Ci sono veramente programmi e fiction – per lo più di matrice USA – da non perdere in Tv?

Fumagalli: Da “non perdere” in assoluto direi che non c'è niente. Credo però che sia interessante, e sia un esercizio importante, costruire un proprio menù equilibrato di “dieta televisiva”.
I telefilm americani, di cui recentemente si parla tanto e che oggi vengono tanto lodati, sono quasi sempre molto ben fatti da un punto di vista tecnico, ma dal punto di vista valoriale spesso sono molto discutibili, perché scivolano pericolosamente verso il nichilismo.
Uno degli impegni che abbiamo preso nel libro è proprio quello di fornire molte schede su questi telefilm, che sono i prodotti più visti dai giovani: confidiamo infatti che il libro possa essere usato sia dai giovani sia in contesti educativi.

Di fronte a questi prodotti la fiction italiana è spesso più semplice, a volte più raffazzonata, ma almeno in alcuni prodotti l'anno – perché altri sono peggiori delle serie americane – riesce a dare degli esempi positivi e dei chiari segnali di impegno valoriale e civile.
Non penso solo ad alcune fiction religiose, ma anche a miniserie come “Perlasca”, “Borsellino”, “Bartali”, “De Gasperi”, che a mio parere erano eccellenti prodotti, grandi racconti davvero popolari e coinvolgenti, da vedere e anche utilizzare in molti contesti.

domenica 7 ottobre 2007

Le scelte dei cristiani in politica non contraddicano la fede, chiede il Cardinal Martino.

BUENOS AIRES, domenica, 7 ottobre 2007 (ZENIT.org).- La diversità di opzioni dei cristiani in politica è legittima, ma le scelte non devono contraddire la fede, ha affermato il Cardinale Renato R. Martino, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.

Il porporato lo ha spiegato aprendo venerdì pomeriggio a Salta (Argentina) le Giornate di evangelizzazione della cultura, promosse dalla locale Università Cattolica e dalla Pontificia Università Cattolica Argentina.

Le Giornate vogliono essere “uno spazio di incontro, riflessione e proposta che arricchisca l’identità e la missione degli evangelizzatori”, ha osservato.

“La Chiesa sa che non le compete di far valere politicamente la sua dottrina, giacché il suo scopo è servire alla formazione delle coscienze in politica e contribuire a che cresca la percezione delle vere esigenze della giustizia e la disponibilità ad agire in conformità ad esse, anche a costo di interessi personali”, ha dichiarato il presidente del dicastero vaticano.

Trattando il tema “L’impegno dei fedeli cristiani laici nella società civile e nella politica”, il Cardinale Martino ha sottolineato la “necessità della dimensione etica della vita sociale e politica, non come dimensione facoltativa, ma costitutiva, da cui dipende non solo la qualità della vita delle persone, delle famiglie, delle istituzioni e dello Stato, ma più radicalmente la loro stessa sopravvivenza”.

“Disattendere la dimensione etica – ha precisato il Cardinale secondo quanto spiega la “Radio Vaticana” – conduce inevitabilmente alla disumanizzazione della vita e delle istituzioni, trasformando la vita sociale e politica in una giungla dove impera la legge del più forte”.

“Il Magistero sociale della Chiesa – ha aggiunto – non intende dettare leggi ai poteri pubblici, né dichiararsi a favore di una parte o dell’altra, ma piuttosto salvare la persona dell’uomo e rinnovare la società umana”.

Secondo il presidente di Giustizia e Pace, “il cristiano, motivato dalla carità e dalla giustizia, non può accettare passivamente l’esistenza e il funzionamento delle cosiddette strutture di peccato, come – ad esempio – lo sfruttamento organizzato dei minori e della prostituzione, il commercio di armi e il perdurare di guerre e conflitti civili, le operazioni di pulizia etnica, le legislazioni che favoriscono la discriminazione razziale, la corruzione politica, il narcotraffico e altre siffatte terribili realtà”. Al riguardo, spetta al cristiano una franca denuncia e una inequivocabile opposizione.

Il porporato ha affrontato un’altra questione attuale sostenendo che “la fede cristiana mai potrà tradursi in un’unica collocazione politica; pretendere che un partito o un’opzione politica coincidano con le esperienze della fede e della vita cristiana sarebbe un pericoloso equivoco”.

“Una diversità di opzioni sarà sempre legittima, purché si tratti di partiti o scelte che non contraddicano la fede o i valori cristiani”, ha dichiarato.

Nella corso della mattinata, il Cardinal Martino aveva ricevuto una laurea honoris causa dall’Università Cattolica di Salta e aveva presieduto nella cappella dell’Ateneo la concelebrazione di apertura delle Giornate di evangelizzazione della cultura.