domenica 14 ottobre 2007

Il Papa a Napoli. La Jervolino: «Il Papa ci darà coraggio, coraggio, coraggio».

Iervolino: non siamo ricchi ma il Pontefice ci trasmetterà fiducia e saprà esaltare le qualità della nostra città.
(Luigi Roano Il Mattino) «Coraggio, coraggio, coraggio. Mi aspetto che il suo arrivo dia coraggio a Napoli, ai napoletani, a tutti noi». Ecco cosa il sindaco Rosa Iervolino si attende dalla visita di papa Benedetto XVI che arriverà tra due domeniche, il 21. Ormai siamo già in piena vigilia e l’attesa per il pontefice è febbrile. Del resto quello sarà il giorno clou del meeting interreligioso promosso dalla Curia napoletana e dalla Comunità di Sant’Egidio che comincerà proprio il 21 e si concluderà il 23. «Posso immaginare - spiega il sindaco - che il Pontefice si ricordi che non siamo una città ricca dal punto di vista economico, ma che lo siamo culturalmente ed umanamente. Quindi è giusto che emerga il buono di Napoli e siano isolate quelle nicchie di violenza». Il primo cittadino sottolinea come la visita di Papa Ratzinger assume un significato di fiducia ed incoraggiamento considerando che avviene all’interno di un più ampio appuntamento di preghiera per la pace. «È giusto pregare per la pace pensando a tutti quei Paesi in guerra e dove sono in atto guerre civili, come la Birmania». L’arrivo del Papa per i napoletani è un evento non nuovo, ma comunque attesissimo e ricco di aspetti tipicamente collegati alla fede ma anche al folklore. L’arte di arrangiarsi - si sa - è una caratteristica locale e in queste ore in molte fabbrichette più o meno regolari si stanno stampando bandiere con i colori del Vaticano e gadget che ricorderanno la visita di Benedetto XVI. Una attività molto intensa soprattutto nei quartieri più popolari della città. La macchina organizzativa si è messa in moto, in città arriveranno delegazioni da tutto il mondo, anche nazioni segnate dalle guerre si ritroveranno nella stessa piazza. Il Santo Padre arriverà il 21 mattina alla Stazione marittima. Intorno alle 9 dovrebbe atterrare in elicottero, poi la recita dell’Angelus in piazza Plebiscito alle 10. Successivamente tappa al salone del Seminario Arcivescovile in viale Colli Aminei. Benedetto XVI si recherà poi alla Cappella del Tesoro di San Gennaro per la venerazione delle reliquie del Santo Patrono. Infine ritorno alla Stazione marittima e partenza per il Vaticano. Otto ore durerà la visita del Papa, otto ore che però stanno già facendo trepidare di attesa i fedeli. Napoli si presenterà agli occhi dei visitatori come capitale delle religioni, la città sarà al centro dell’attenzione internazionale così come è toccato l’anno scorso a Washington e prima ancora a Lione, Milano, Barcellona e Lisbona, solo per citare alcune delle città che hanno ospitato l’evento. Trecento i delegati delle più diverse confessioni religiose, si tratta del più grande appuntamento mondiale dell’anno sotto il segno del dialogo. Organizzare l’evento non è semplice e Palazzo San Giacomo sta lavorando sodo d’intesa con la Curia. Per assistere alla Santa Messa sono arrivate 52mila richieste per la prenotazione dei biglietti e fino al 19 gli organizzatori stimano che ce ne saranno altre 53mila per un totale di 105mila presenze. Ma i posti a disposizione non andranno oltre i 20.800. Sul palco, per autorità e schola cantorum, spazio per 1500, con il coro che ne occuperà da solo 400. La piazza verrà suddivisa in 16 settori per 7.800 posti a sedere e 10 settori per 13.000 posti in piedi, totale appunto 20.800. Numero preciso e non flessibile perché per accedere alla piazza sarà necessario essere in possesso di un biglietto che segnalerà anche il colore del settore di destinazione. Per ovviare alla differenza posta dalla capienza della piazza rispetto alle richieste verranno posti vari maxischermi lungo il percorso del corteo papale e la celebrazione verrà trasmessa in diretta su Raiuno.
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IL PIANO SICUREZZA

Percorso blindato sul lungomare

Vigilia di intenso lavoro per il piano sicurezza del meeting interreligioso dove non mancano i distinguo e le differenze. Alla Iervolino non piace la zona rossa. Però ieri al termine di una giornata abbastanza tesa sull’asse Prefettura-Palazzo San Giacomo la decisione adottata dalle forze dell’ordine per l’evento dal richiamo mondiale va in quella direzione. «Via Partenope sarà chiusa per tre quarti - spiega l’assessore al Traffico Gennaro Mola - dal Borgo Marinari all’hotel Excelsior, in quello spazio saranno messe fioriere e dissuasori di cemento armato. Resterà disponibile una sola corsia per il transito di auto e pedoni. Il piano partirà alle 18 del giorno 19 e terminerà alle 13 del 24». Insomma una sorta di «mini zona rossa». Che ricorda a tratti quella del G7. Basta pensare che il percorso del Papa sarà transennato e anche dove Benedetto XVI non passerà - cioè via Roma e il centro storico - ci saranno transenne e percorsi obbligati per i pedoni. Misure che le forze dell’ordine ritengono necessarie per lo svolgimento dell’evento in serenità. Vista la recrudescenza criminale di queste ore in città e il concentrarsi di tanti capi religiosi è chiaro che ogni precauzione è lecita. Mancano ancora 10 giorni al meeting e quindi non sono esclusi nuovi cambiamenti. Ma se ci saranno si andrà a rafforzare quanto già stabilito. I controlli nei punti critici saranno moltiplicati: Capodichino, Beverello e Mergellina, gli svincoli autostradali ma anche tutte le zone maggiormente popolate da immigrati. Il piano del resto è già partito viste le bonifiche in atto, tutto dovrà essere perfettamente oleato almeno due giorni prima del 21, quando cominceranno ad arrivare le delegazioni. Il Comune mette in campo ben 600 volontari della Protezione civile e in queste ore si sta facendo opera di raccordo con molte associazioni cattoliche che aiuteranno le varie security nella gestione della città e dei pellegrini. lu.ro.

Gli alberghi dei santi alla crociata dell’ICI.

La chiesa non paga l’imposta sui fabbricati appellandosi a una legge del ‘92 ma la Cassazione la giudica illegittima e l’UE ha messo l’Italia sotto processo.

(Curzio Maltese . La Repubblica) Una terrazza da sogno sul cuore della Roma barocca, sormontata dal campanile di Santa Brigida, con vista sull’ambasciata francese e perfino sull’attico di Cesare Previti. È soltanto uno dei vanti dell’albergo delle Brigidine in piazza Farnese, «magnifico palazzo del ‘400» si legge nel depliant dell’hotel, classificato con cinque stelle nei siti turistici, caldamente consigliato nei blog dei visitatori, soprattutto dagli americani, per il buon rapporto qualità prezzo e l’accoglienza delle suore.
«Parlano tutte l’inglese e possono procurare lasciapassare gratis per le udienze del Papa» scrive un’ entusiasta ospite da Singapore sul portale Trip Advisor («leggi le opinioni e confronta i prezzi»). L’unico problema, avvertono, è trovare posto. Sorto intorno alla chiesa di Santa Brigida, quasi sempre vuota, l’albergo è invece sempre pieno . Prenotarsi però non è difficile. Basta inviare una email a www.isfitutireligiosi.org, il portale che raccoglie un migliaio di case albergo cattoliche in Italia, con il progetto di pubblicarle tutte nei prossimi mesi e «raggiungere accordi con i grandi tour operator stranieri per il lancio sul mercato internazionale». Oppure si può cliccare direttamente su brigidine.org, il sito ufficiale dell’ordine religioso fondato da Santa Brigida di Svezia, straordinaria figura di mistica e madre di otto figli, fra i quali un’altra santa, Caterina. Una notizia che in realtà dall’homepage delle brigidine non si ottiene. La biografia della fondatrice occupa solo poche righe. In compenso si trovano minuziosi dettagli sulla catena di alberghi («case religiose») gestiti dalle brigidine in 19 paesi, una specie di Relais & Chateux di gran fascino, per esempio il magnifico chiostro dell’Avana Vecchia, inaugurato da Fidel Castro in persona. Il prezzo di una camera a piazza Farnese è di 120 euro per la singola, 190 per la doppia, compresa colazione, maggiorato del tre per cento se si paga con carta di credito.
La Casa di Santa Brigida, quattromila metri nella zona più cara di Roma, più lo sterminato terrazzo, ha un valore di mercato di circa 60 milioni di euro ma è iscritto al catasto romano nella categoria “convitti”. E non paga una lira di lei.
Ogni anno i comuni italiani perdono secondo gli studi dell’Alici («basati su dati catastali lontani dal valore di mercato reale») oltre 400 milioni di euro a causa di un’esenzione fiscale illegittima e contraria alle norme europee sulla concorrenza. A questa stima vanno aggiunti gli immobili considerati unilateralmente esenti da sempre e mai dichiarati ai comuni, per giungere ad un mancato gettito complessivo valutato vicino al miliardo di euro annuali. Sarebbe più esatto dire che la perdita è per i cittadini italiani, perché poi i comuni i soldi mancanti li prendono dalle solite tasche. L’Avvenire, organo della Cei, ha scritto che bisogna smetterla di parlare di privilegio poiché esiste una legge di esenzione fin dal 1992. «.Un regime che non aveva mai dato problemi fino al 2004» conclude. È vero. Ma ha dimenticato di aggiungere che il “problema” insorto è la correzione della Corte di Cassazione. Un problema non da poco in uno stato di diritto. Al quale si è aggiunto quest’ anno un altro problemino. anticipato da “Repubblica”, l’inchiesta della commissione europea sull’intero settore dei lavori fiscali alla chiesa cattolica italiana, nell’ipotesi di “aiuti di Stato” mascherati. Con gran scandalo di alcune lobby parlamentari che hanno invocato la mano del papa contro Bruxelles.
Piccola storia della controversia. La legge del ‘92 sulle esenzioni dall’ICI è stata giudicata illegittima dalla Cassazione, che nel 2004 l’ha così corretta: sono esenti dall’Ici soltanto gli immobili che «non svolgono anche attività commerciale». La sentenza come la precedente esenzione, si applicava a tutti i soggetti interessati. Oltre alle proprietà ecclesiastiche, non solo cattoliche, anche alle Onlus, ai sindacati, ai partiti, alle associazioni sportive e cosi via.
Ma l’unica reazione furibonda è arrivata dalla Cei: «Una sentenza folle». Perché? Forse perché è l’unico fra i soggetti interessati a possedere un impero commerciale: alberghi, ristoranti, cinema, teatri,librerie, negozi. «Il fenomeno ha avuto un’impennata prima del Giubileo» spiegano i tecnici dell’ Anci «ma negli ultimi dieci anni . espansione commerciale degli enti religiosi è impressionante». Una parte della montagna di soldi pubblici(3500miliardi di lire) stanziati per il Giubileo del 2000, più quote consistenti dell’otto per mille sono finite in questi anni in ristrutturazioni immobiliari che hanno trasformato conventi, collegi e ostelli in moderne catene alberghiere. Un po’ ovunque, come a piazza Farnese, le chiese si svuotano ma gli hotel religiosi si riempiono. Le ragioni non mancano: sono belli, ben gestiti, concorrenziali nei prezzi e possono far leva su una capillare rete di propaganda. La chiesa cattolica è oggi uno dei più potenti broker nel turismo mondiale, primo settore per crescita dell’economia. Si calcola che quaranta milioni di presenze all’anno per l’Italia e verso i luoghi di culto (Lourdes, Fatima, Czestochowa, Medjugorije…). In cima alla piramide organizzative, si trova la ORP (Opera Romana Pellegrinaggi), alle dipendenza del Vicariato di Roma e quindi della Santa Sede. L’attività è in larga misura esentasse, lCI a parte.
Sì capisce che la Cei di Ruini si sia mossa contro la «folle sentenza»,fonte di danni incalcolabili». Fino a ottenere dal governo Berlusconi il colpo di spugna per decreto. Un decreto che rovesciava la Cassazione e ripristinava l’esenzione totale dall’ICI per le proprietà ecclesiastiche, «a prescindere» (alla Totò) da ogni eventuale uso commerciale. E’ l’autunno 2005 e Berlusconi anticipa nei fatti alla Cei l’abolizione dell’Ici che sei mesi più tardi, all’ultimo minuto di campagna elettorale, avrebbe soltanto promesso a tutti gli altri italiani.
Fu un’esplosione di gioia—si legge nel sito della Cei — “cin, cin”, brindisi, congratulazioni, gratitudine per tutti coloro che si erano adoperati per l’approvazione di tali norme».
Passate le elezioni, alla nuova maggioranza si è riproposto il nodo dell’illegittimità della norma, sollecitata dai rilievi della Commissione Europea. E il governo Prodi l’ha risolto nel più ipocrita dei modi. Con un cavillo inserito nei decreti Bersani, vengono esentati dall’Ici gli immobili che abbiano uso «non esclusivamente commerciale». In pratica, secondo l’Anci, significa che «il 90 - 95 per cento delle proprietà ecclesiastiche continua a non pagare». In termini giuridici il «non esclusivamente commerciale» rappresenta un non senso, una barzelletta sul genere di quella famosa della donna incinta «ma appena un poco». Nel secolare diritto civile e tributario italiano il «non esclusivamente» non era mai apparso, un’attività è commerciale o non commerciale. Il resto è storia recente. Parte la richiesta di chiarimenti da Bruxelles il governo da un lato risponde che la «norma è chiarissima»e dall’altro istituisce una commissione per studiarne le ambiguità, voluta quasi soltanto dal ministro per l’Economia Tommaso Padoa Schioppa, europeista convinto. La relazione sarà consegnata fra pochi giorni, ma circola qualche riservata anticipazione. Il presidente Francesco Tesauro, dall’alto della sua competenza giuridica, difficilmente potrà avvalorare l’assurdità del «non esclusivamente» e quindi sarà inevitabile cambiare la norma.
«Qui nessuno, per intenderci, pretendete dal bar o dal cinema dell’oratorio» commenta il presidente dell’Anci. il sindaco d Firenze Lorenzo Domenici. Ma dagli esercizi commerciali aperti al pubblico, in concorrenza con altri, da quelli si. Abbiamo dato piena autonomia ai singoli comuni per trovare accordi con le cune locali e compilare elenchi attendibili». Ma una leale collaborazione nel separare il grano dal loglio, i templi dai mercati, insomma il culto dal commercio, da parte delle curie non c’è mai stata.
Nel marzo scorso, per far fronte all’espansione del settore, la Cei ha organizzato a Roma un mega convegno intitolato«Case per ferie, segno e luogo di speranza». Gli atti e gli interventi dei relatori, scaricabili dal sito ufficiale della Cei, compongono di fatto un eccellente corso di formazione professionale per operatori turistici, tenuto da esperti del ramo e commercialisti non solo molto preparati ma anche dotati di una capacità divulgativa singolare per la categoria. Una visita al sito è largamente consigliabile a qualsiasi laico titolare di un alberghi, pensioni, bar, ristoranti. Nelle molte e lunghe relazioni, fitte di norme civilisticofiscali, compare anche l’aspetto spirituale, alla voce swiftiana «Qualche modesto suggerimento per difendervi nel prossimo futuro da accertamenti ICI (anche retroattivi)». Si ricorda allora che «A) l’ ospite deve riconoscere la piena condivisione degli ideali e delle regole di condotta della religione cristiana; B) l’ospite deve impegnarsi a rispettare gli orari di entrata e di uscita; C) la casa per ferie metta a disposizione degli ospiti la propria struttura e personale religioso per un’assistenza religiosa oltre l’annessa cappella» e così via. A parte che a piazza Farnese ci hanno dato subito le chiavi per entrare e uscire quando volevamo, è la Cei stessa a ridurre la vocazione spirituale e dunque «non commerciale» degli alberghi religiosi a un espediente da commercialisti furbi per evitare gli odiati accertamenti. Eppure sono passati duemila anni da quando Gesù rispose ai farisei, il clero dell’ epoca, «date a Cesare quel che è di Cesare». Per finire, una precisazione penosa ma necessaria.
Da settimane l’informazione cattolica pubblica le tabelle degli stipendi dei preti, bassi come quelli degli operai, per «sbugiardare un’inchiesta fondata sulla menzogna». Ora. i salari dei preti non sono mai stati né saranno oggetto di questa inchiesta. Si può anzi essere d’accordo con gli organi della Cei nel sostenere che i sacerdoti sono una categoria sottopagata rispetto all’impegno profuso nella società. Per non dire delle suore, alle quali la Cei non versa un euro. Le sorelle brigidine di piazza Farnese, per esempio, si alzano all’alba e lavorano dodici ore al giorno, offrendo agli ospiti una cortesia e una dedizione che non s’imparano alla scuola alberghiera, eppure non avranno mai né uno stipendio né la pensione, a differenza dei preti. Ed è un’altra fonte d’imbarazzo laico dover contribuire con le tasse a un sistema tanto discriminatorio. La questione non sono i 350 milioni per gli stipendi prelevati con l’otto per mille, inventato per questo. Ma gli altri quattro miliardi che vanno altrove, in parte certo alle missioni di carità, in parte più cospicua dentro una macchina di potere che influenza e condiziona l’economia, la politica, la vita democratica e a volte l’esercizio dei diritti costituzionali, fra i quali la libertà di stampa

mercoledì 10 ottobre 2007

La Chiesa ci insegna a guardare la tv,

Come ritagliarsi una giusta “dieta televisiva”

Intervista al prof. Armando Fumagalli sulle fiction televisive

(Zenit.org) La televisione? Sì, però con criterio. Il prof. Armando Fumagalli, Direttore del Master in Scrittura e produzione per la fiction e il cinema presso l’Università Cattolica di Milano, spiega a ZENIT come aiutare gli spettatori a districarsi all'interno del palinsesto televisivo.

Fumagalli è coautore insieme a Chiara Toffoletto del volume Scegliere la Tv. Una mappa ragionata da “Affari tuoi” a “Wink Club” (Edizioni Ares, Milano, 424 pagine, 18 Euro), un libro pubblicato recentemente che raccoglie una riflessione critica sui programmi della televisione.

La mappa intende aiutare ad orientarsi sui modelli di vita e sui valori di cui i programmi Tv si fanno portatori, e a scovare il meglio e il peggio di quanto va in onda.
L'opera riporta circa 130 schede ed è frutto di più di 8.000 ore di televisione monitorate da uno staff di giovani professionisti del settore, formatisi presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

La buona televisione esiste. Dov'è?

Fumagalli: La buona televisione va un pò cercata nelle pieghe del palinsesto. L'aiutare gli spettatori a trovarla era uno degli obiettivi che ci siamo posti in questo libro.

Purtroppo la buona televisione non sempre si trova negli orari di maggior ascolto. Ci sono buoni programmi la mattina alle otto o la sera a mezzanotte come "La storia siamo noi" di Giovanni Minoli, come "Tv talk", che va in onda il sabato mattina, come alcuni programmi di approfondimento giornalistico che di solito sono in seconda serata, o come "Otto e mezzo", che spesso è molto interessante, su La7.
Ma ci sono ogni tanto buoni programmi anche fra le fiction e il varietà. Per le fiction nella stagione in corso sono senz'altro ottimi il “Chiara e Francesco” andato in onda su Raiuno il 7 e l'8 ottobre, il “Guerra e pace” che arriverà fra qualche settimana, mentre altre fiction magari uniscono buoni propositi e buoni contenuti con una fattura non sempre all'altezza, come la fiction su Giuseppe Moscati andata in onda recentemente su Raiuno.

Perché dice che la televisione è una presenza “invadente” e “irrinunciabile”?

Fumagalli: Che sia invadente e irrinunciabile è un dato di fatto e lo dimostra la media italiana di fruizione della televisione che è di più di tre ore al giorno per ogni persona.
Di fatto pochi sono coloro che non accendono la televisione tutte le sere, e quindi ci sembrava molto importante offrire almeno qualche segnale in questo mare così vasto, qualche “avviso ai naviganti”, sia per segnalare, come dicevamo, le cose migliori, sia per aiutare a riflettere su alcune proposte di modelli di vita molto diffuse (purtroppo molto diffuse) nella televisione attuale: si pensi ai programmi di Maria De Filippi, si pensi alla glorificazione di un amore come forza incontrollabile che spazza via ogni ragionevolezza, che nasce e muore senza un perché, che non è capace di creare legami stabili ma solo passioni violente che nascono, crescono e poi inevitabilmente muoiono...

E' una visione molto determinata e pervasiva della vita e dell'uomo, che bisogna riconoscere come originata da un'ideologia, da una visione del mondo, e in qualche modo occorre crearsi qualche “vaccino” intellettuale.

Che valori si incontrano in serie come “Lost”, “Law and Order” o “Desperate Housewives”?

Fumagalli: Qui dovrei passare la parola al nostro grande esperto di serie americane, che è Paolo Braga, ma posso solo accennare che si tratta di serie molto diverse come valori di riferimento.
Se “Lost” cerca di aprire squarci metafisici e “Law and Order” si mantiene sostanzialmente (almeno nella serie principale) su un quadro di valori classici (i buoni contro il crimine), “Desperate housewives” si fa portatore di una idea sempre più pervasiva nelle serie americane più recenti: siamo soli a questo mondo; l'amicizia può lenire di compassione questa sostanziale solitudine, ma in fondo non c'è spazio né per il cambiamento vero, né quindi per la speranza, solo per il rimpianto.
E' in fondo, l'aria che si respira anche in una serie giovanile di grande successo come “Dawson's Creek”.

Ci sono veramente programmi e fiction – per lo più di matrice USA – da non perdere in Tv?

Fumagalli: Da “non perdere” in assoluto direi che non c'è niente. Credo però che sia interessante, e sia un esercizio importante, costruire un proprio menù equilibrato di “dieta televisiva”.
I telefilm americani, di cui recentemente si parla tanto e che oggi vengono tanto lodati, sono quasi sempre molto ben fatti da un punto di vista tecnico, ma dal punto di vista valoriale spesso sono molto discutibili, perché scivolano pericolosamente verso il nichilismo.
Uno degli impegni che abbiamo preso nel libro è proprio quello di fornire molte schede su questi telefilm, che sono i prodotti più visti dai giovani: confidiamo infatti che il libro possa essere usato sia dai giovani sia in contesti educativi.

Di fronte a questi prodotti la fiction italiana è spesso più semplice, a volte più raffazzonata, ma almeno in alcuni prodotti l'anno – perché altri sono peggiori delle serie americane – riesce a dare degli esempi positivi e dei chiari segnali di impegno valoriale e civile.
Non penso solo ad alcune fiction religiose, ma anche a miniserie come “Perlasca”, “Borsellino”, “Bartali”, “De Gasperi”, che a mio parere erano eccellenti prodotti, grandi racconti davvero popolari e coinvolgenti, da vedere e anche utilizzare in molti contesti.

Ratzinger avalla la prima svolta culturale.

Nuovi poteri al ministero dell'educazione.

(Paolo Rodari - Il Riformista) È una vera e propria riforma culturale quella che Benedetto XVI intende iniziare (l’annuncio pare venga dato oggi o al più tardi domani) con la nomina del nuovo segretario della congregazione per l’educazione cattolica - dalla Spagna arriva l’attuale segretario generale della conferenza episcopale del paese, ovvero monsignor Antonio Martinez Camino - e con un cambio di competenze tra questa congregazione e quella per il clero.
Una riforma culturale perché è dalla congregazione per l’educazione cattolica (più che da altre congregazioni o pontifici consigli) che il Pontefice vuole dettare, da qui in futuro, le linee a cui dovranno attenersi nel loro insegnamento innanzitutto le innumerevoli università ecclesiastiche dotate del tanto prestigioso imprimatur Vaticano (alias, le chiavi di Pietro).
La prima mossa è dunque la nomina di Antonio Martinez Camino - con il pensionamento del cardinale Juliàn Herranz c’era necessità di chiamare uno spagnolo in curia e lo si è scelto tra quelli della scuola dei ratzingeriani Antonio Cañizares Llovera (Toledo) e Antonio María Rouco Varela (Madrid) - a cui, nel giro di un paio di anni, dovrebbe seguire quella del nuovo prefetto della stessa congregazione (oggi il posto è occupato dal cardinale Zenon Grocholewski).
A Martinez Camino, e al futuro prefetto, verrà affidata la svolta culturale che nelle idee del Pontefice deve essere diretta innanzitutto all’interno della Chiesa prima che fuori.
Prima, insomma, occorre lavare i panni sporchi dentro la propria casa. O meglio, occorre intervenire su un aspetto fondante la vita della Chiesa quale è l’insegnamento che essa diffonde nelle sue facoltà e scuole.
E, in effetti, proprio a guardare le facoltà pontificie, gli istituti religiosi e le scuole cattoliche, si notano alcune crepe. Da una parte, lo smisurato incremento di facoltà teologiche e istituti religiosi ha portato all’effettiva impossibilità di controllare la qualità dei docenti chiamati a insegnarvi. Dall’altra, anche a causa di questa poca qualità, ecco lo scardinamento, nell’insegnamento filosofico, della metafisica e il conseguente dilagare (con le dovute eccezione e certamente non dappertutto) del relativismo e del soggettivismo. Una situazione che porta parte dell’insegnamento teologico in uno stato di sofferenza perché mancando un impianto filosofico adeguato, anche la stessa dottrina teologica tende a relativizzarsi.
Gli esempi potrebbero sprecarsi. Capita, tanto per citare alcuni casi, che coloro che fanno richiesta di eseguire una tesi teologica di critica, ad esempio, a Karl Rahner e alla sua “svolta antropologica”, vengano bollati come integralisti e la medesima cosa accade a quei poveretti che si azzardano a proporre una difesa dell’esegesi dei testi di liturgia del Vaticano II in chiave di rinnovamento nella continuità.
Quanto al cambio di competenze tra educazione cattolica e clero occorre dire come, fin dai tempi del concilio di Trento, la cura della pratica catechetica è stata appannaggio della congregazione per il clero (allora si chiamava Congregatio Cardinalium Concilii Tridentini interpretum). Ora, pare logico che questa competenza passi nelle mani di chi dal “ministero” dell’educazione cattolica detta le linee d’insegnamento della dottrina, mentre l’occhio sui seminari (dove studiano coloro che sacerdoti ancora non sono ma candidati ad esserlo sì) e dunque sulla formazione umana, intellettuale, spirituale e pastorale dei futuri sacerdoti divenga appannaggio del “ministero” del clero.

lunedì 8 ottobre 2007

L'illuminata posizione della Chiesa.

“Accanimento terapeutico”, “espressione fasulla”.

ROMA, domenica, 7 ottobre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento di Carlo Valerio Bellieni, Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario "Le Scotte" di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.


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C’è un’espressione nelle lingue latine che difficilmente è traducibile in inglese: “accanimento terapeutico”. Questa difficoltà di traduzione ha una motivazione profonda: si tratta di un’espressione “fasulla”. In realtà è un “ossimoro”, cioè un’espressione che racchiude due concetti opposti e inconciliabili, un po’ come dire “cadavere vivente”, o “ghiaccio bollente”. Perché si usa quest’espressione, nel sud Europa, mentre nei Paesi anglosassoni si usa distinguere più correttamente tra terapia futile e terapia utile? Probabilmente perché alle nostre latitudini c’era bisogno di creare uno stato d’ansia verso le cure di fine-vita, per formare l’idea nell’opinione pubblica che esistano medici che contro il parere degli assistiti si scatenano a far trapianti, interventi e cure dolorose per prolungare indefinitamente la vita.

Non credo che questi medici esistano, in primis perché la vita non la si può prolungare più di tanto. Scrive Giovanni Battista Guizzetti, gerontologo: “È incredibile come ormai tutti siamo convinti che malati e disabili vivano nel terrore dell’accanimento terapeutico, di diventare vittima del delirio di onnipotenza di una classe medica che ha perso il vero significato del suo compito. La mia esperienza di medico, ma anche l’esperienza umana di tutti noi, ci dice ben altro. Ci dice che quello che l’ammalato teme veramente è di essere abbandonato(…). Teme una pratica medica che, superata la fase della guaribilità, non si faccia più carico di lui” (Avvenire, 12 ottobre, 2006).

L’altro motivo per cui tali medici non esistono non è perché i medici siano “buoni”, ma semplicemente e utilitaristicamente perché prolungare la vita non conviene a nessuno. E non intendo qui parlare del paziente. Non conviene agli ospedali, che avrebbero posti letto poco redditizi occupati, aumento del tempo medio di degenza, occupazione del personale spesso scarso. Non conviene neanche al singolo medico, che non si capisce per quale motivo passerebbe giornate intere a fare trattamenti inutili e dolorosi, mentre sicuramente avrebbe altro da fare con altri pazienti più collaborativi e interessanti.

Ma perché nel sud Europa si usa allora questa terminologia? Forse perché creando ansia è più facile far passare l’idea che il suicidio assistito o l’eutanasia siano un diritto, per salvarsi da questi medici “torturatori”. Un accanimento terapeutico (cioè, dicendolo correttamente, un “uso inutile” delle terapie) può esistere, ma molto in teoria: chi andrebbe a fare un trapianto di cuore ad un paziente morente, o inizierebbe una pesante chemioterapia a chi ha pochi giorni di vita?

E qui urgono due precisazioni.

La prima è che mentre per la maggioranza delle persone “accanimento terapeutico” è quello volto proditoriamente a non far morire chi sta morendo, purtroppo per alcuni l’espressione intende invece il continuare le cure in caso di prognosi sfavorevole non per la sopravvivenza, ma soprattutto dal punto di vista neurologico. Questo è inquietante, perché in fondo si sottende che esista una “vita che è peggiore della morte”, cosa che se così fosse come primo effetto porterebbe a un alto tasso di suicidi tra i disabili, cosa che invece non si ha. E’ il caso dei bambini altamente prematuri, che hanno un alto rischio di morte e di disabilità, ma in cui questo rischio è oltretutto solo statistico, non essendo possibile determinare né alla nascita né nelle prime ore di vita una prognosi valida al 100% in quel singolo bambino. Ma anche se il bambino suddetto risultasse con danni cerebrali, questi hanno, lo sappiamo, vari livelli di gravità, ma anche il livello più grave non ha la potenza di rendere la vita “sbagliata” (wrongful life). D’altronde una recente ricerca neozelandese mostra che i neonatologi che sospendono più facilmente le cure ai neonati, sono quelli che più hanno paura per se stessi di ammalarsi o di morire; indipendentemente dal grado di malattia del bambino. Insomma: trasponiamo sui pazienti le nostre ansie, facendo due errori: il primo è credere che tutti la pensino come noi e abbiano le nostre fobie; il secondo è pensare che da malati (senza una gamba, con una paralisi) ragioneremmo come da sani, cioè se da sani pensiamo “se non potessi camminare preferirei morire”, non è certo che lo ripeteremmo se fossimo paralizzati dopo un incidente di auto. Tanti sportivi disabili ce lo dimostrano.

La seconda è che invece esiste, purtroppo, un altro accanimento. È l’accanimento diagnostico. Questo è un vero problema. Inizia, come ha spiegato il presidente del Comitato Nazionale Francese di Bioetica, in epoca prenatale col diffondersi degli screening a tappeto per la ricerca delle minime anomalie, e continua in ogni stadio della vita creando ipermedicalizazzione, talora favorita dalle industrie in un cosiddetto “disease mongering”, cioè il “mercato delle malattie”. C’è alla base spesso una cosiddetta “medicina difensiva”: si tratta del moltiplicarsi di indagini e esami per ripararsi dal rischio di possibili richieste di risarcimenti qualora un minimo (o grave) particolare fosse sfuggito durante un esame di routine.

Insomma: attenzione a non confondere il trattamento inutile (che raramente viene fatto, a meno di non trovare medici negligenti) con il prodigarsi per assicurare ai disabili tutte le cure, al pari degli altri. E attenzione piuttosto a non accanirsi a medicalizzare la vita: noi e i nostri figli valiamo più dei nostri acciacchi, dei nostri disordini e della nostra disabilità.

Santa Madre Natura, ora pro nobis.

(Alternativa Liberale) Da quando una parte degli abitanti del nostro pianeta, sconvolti dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale, ha portato alla ribalta il tema dei diritti umani, la Chiesa cattolica ha ritenuto suo dovere farsi paladina di tali diritti: secondo Benedetto XVI, la "vera garanzia offerta ad ognuno per vivere libero e rispettato nella sua dignità e difeso da ogni manipolazione ideologica e da ogni arbitrio e sopruso del più forte" è un dono di Dio, non una conquista dell'evoluzione della consapevolezza umana.

Credo sia giusto ricordare che la Santa Sede, stato sovrano a tutti gli effetti, non si è ancora decisa a firmare la Dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo. "La Dichiarazione dei diritti dell'uomo è un codice etico di importanza storica fondamentale: è stato infatti il primo documento a sancire universalmente (cioè in ogni epoca storica e in ogni parte del mondo) i diritti che spettano all'essere umano", quindi sottoscriverla significa farsi un bell'esame di coscienza, nel caso in cui ci si sia distinti nella negazione dei principi e dei valori su cui si basa, e dei diritti che vengono definiti universali e irrinunciabili. Tanto per fare un esempio, la Chiesa si appella al diritto alla libertà religiosa, sacrosanto, dopo averlo negato per secoli. Ma alla Chiesa non basta la semplice libertà di professare la propria fede. Dopo aver scoperto improvvisamente che ogni essere umano (donne comprese) ha una dignità intangibile, ritiene di dover puntare l'indice contro chi sta sovvertendo i veri fondamenti della dignità umana, in nome del "relativismo etico".

Il papa non lo dice, ma si riferisce a un preciso soggetto culturale e politico, l'Unione Europea, che ha incluso nella propria Costituzione una versione aggiornata della Carta del '48: in Europa non si può discriminare nemmeno sulla base dell'orientamento sessuale, e su questo la Chiesa romana è profondamente in disaccordo (il papa evita pure di notare che grazie al relativismo etico l'individuo è libero di decidere come comportarsi, ma non di mettere in discussione i principi e i valori su cui si fondano le società occidentali moderne).

Rivolgendosi alla Commissione Teologica, Benedetto XVI ha detto che "nessuna legge fatta dagli uomini può sovvertire la norma scritta dal Creatore". La norma si chiama legge morale naturale e sta scritta "nel cuore dell'uomo". Il Creatore non poteva mandare un fax, far trovare un libro a un bookcrosser, lasciare un messaggio sulla segreteria del Santo Padre? Ma non lo sapeva il Creatore che il cuore dell'uomo è quanto di più indecifrabile si possa trovare nelle sue creature? Siccome leggere cos'ha da dirci un muscolo è opera alquanto complicata, i teologi della suddetta Commissione dovranno trasformarsi in cardiomanti e riferire quanto sta scritto per illuminarci? Macché, la Chiesa sa già tutto, l'umanità intera deve semplicemente prenderne atto e adeguarsi o alla "legge morale naturale" o alla dottrina della Chiesa cattolica, che, manco a farlo apposta, coincidono. Per la Chiesa è per esempio contro-natura abortire, anche se la Natura è la principale causa di aborti; è invece naturale oltre che doveroso alimentare artificialmente un corpo in stato vegetativo; il sesso secondo natura ha come unico scopo l'accoppiamento eterosessuale monogamico finalizzato alla procreazione, anche se almeno 1500 specie animali non disdegnano l'omosessualità e la monogamia, non solo tra gli uomini, è un'eccezione; il preservativo è contro la vita, i "metodi naturali" di controllo della fertilità no; e via di questo passo. Sono opinioni rispettabilissime, finché rimangono tali, ci mancherebbe. Grazie all'avvento della democrazia, la Chiesa cattolica e i suoi "fedeli" sono liberi di elaborare e di adottare un codice etico ritenuto di ispirazione divina (tanto liberi da disattenderlo in massa). Il giorno in cui i cattolici, praticanti e fedeli, fossero la maggioranza, avrebbero pure il diritto di estendere la proprie convinzioni all'intera società, vietando per legge non solo le pratiche omosessuali e l'aborto, ma l'uso dei preservativi, il sesso prematrimoniale, l'infedeltà, lo shopping domenicale e quant'altro.

Nel frattempo, perché non dedicarsi a trovare un nuovo nome per identificare i fondamenti teologici su cui si basa la religione e l'etica cattolica? "Dogma" in greco significa "opinione personale non certa" : se non è relativismo questo...

domenica 7 ottobre 2007

I Santi gay: Sergio e bacco.

(blog.libero.it/parolenondette/) I Santi Sergio e Bacco erano due soldati romani di religione cristiana. Erano stanziati in oriente e avevano un'alta posizione presso la corte di Massimino Daia, tetrarca d'Oriente dal 305. Secondo la leggenda agiografica furono denunciati da nemici invidiosi e quando si rifiutarono di sacrificare a Giove furono martirizzati.

IL MARTIRIO
I dettagli dell'agiografia spingono a collocare il martirio nell'ambito della terribile persecuzione anticristiana (l'ultima, peraltro) scatenata dai tetrarchi in quegli anni, per iniziativa di Diocleziano e specialmente in oriente.

La tradizione è prodiga di dettagli riguardo le modalità con cui i due martiri furono uccisi. Bacco sarebbe stato flagellato a morte, mentre Sergio sarebbe stato costretto a fare il giro dei castra della zona camminando con chiodi confitti nei piedi, e infine sarebbe stato decapitato.

UNA RELAZIONE AFFETTIVA?
La cosa che balza agli occhi però è che entrambi, come prima cosa, furono costretti a sfilare davanti alla popolazione vestiti da donna, e a subire il dileggio generale.

Secondo uno storico di Yale, il prof. John Boswell, questo dettaglio inusuale sarebbe il primo segnale di una tradizione sotterranea, tacitamente proseguita nei secoli (nei rimandi letterari e, soprattutto, nelle rappresentazioni iconografiche): i due, oltreché colleghi, sarebbero stati legati da un rapporto d'amore omosessuale, che il travestimento femminile intendeva mettere alla berlina pubblicamente.

Fra gli argomenti a favore della sua tesi, Boswell cita il fatto che nell'iconografia medievale dei due santi emergerebbe a suo dire talvolta l'allusione al loro stretto legame, ad esempio nel raffigurare le due aureole che li coronano come intrecciate, e non divise.
Inoltre un antico manoscritto greco, la "Passio antiquior Ss. Sergii et Bacchi" descrive Sergio come "dolce compagno e amante" di Bacco (letteralmente "ho glykys hetairos kai erastes"; erastes è connesso con eros, che indica l'amore fisico) (Patrologia Graeca 115:1024B).